martedì 10 marzo 2015

Si prèga di spègnere i telèfoni cellulari

Buio in sala. Strusciare di giacche. Timidi colpi di tosse. È quasi silenzio in platea. Poi una voce baritonale che ha qualcosa della divinità, in questa assenza di luce, in questa attesa sospesa, parla.
Si prèga di spègnere i telèfoni cellulari.

Tutte le volte mi chiedo: possibile che ci sia bisogno di ricordarlo? Possibile che la gente non lo faccia in automatico come allacciarsi la cintura appena sale in macchina? Come salutare quando si torna a casa dopo una giornata di lavoro o chiudere gli occhi quando starnutiamo? Possibile. 
Questa voce, che apre tutte le "e" che noi milanesi chiudiamo, parla agli sbadati, quelli che perdono il cellulare in una tasca, quelli che dicono ora lo faccioehi ciao anche tu qui? quelli che meglio una volta in più che una in meno. Loro non lo fanno apposta, ciccini. Sono fatti così. La voce li conosce e gli dà quel minuto in più per permettergli di correggersi, senza giudicarli.
Ma poi ci sono quegli altri. Quelli che pensano che mettere il silenzioso uguale spegnere il cellulare. Così posso controllare l’ora e organizzarmi per il dopo spettacolo. Eh no, scusate ma io sono intransigente. Silenzioso uguale cellulare spento solo se lo tieni in tasca o sepolto nella borsa. Se lo tieni sotto mano e ogni due per tre lo guardi, la tua faccina si illumina di una luce fantasma e dal palco si vede. Ti sembra carino? Ochei, puoi avere un parente che sta male o una moglie partoriente. Fine della casistica che contemplo e giustifico. Se non vedi l’ora di uscire da teatro, non entrare. Se lo spettacolo ti fa schifo, alzati e vattene. L’attore se ne avrà a male, ma almeno gli avrai comunicato una cosa chiara e non un generico disinteresse.
Poi ci sono dei casi estremi. Come quella volta al cinema che un telefono ha squillato, una donna ha risposto e a voce normale, come se fosse nel salotto di casa sua, ha detto che stava vedendo un film, che non era male, che sua mamma stava meglio, e tua figlia come sta, no figurati non mi stai disturbando eccetera eccetera. Finalmente mette giù e riferisce al marito che la Carla li ha invitati a cena venerdì. Che dire? Che fare? Che farle?! Propongo rieducazione coatta in Siberia, taglio della lingua e bando perenne dalle sale cinematografiche.

Un’ultima cosa. La voce divina una volta saggiamente ha detto: se avete la tosse non è un problema, ma le caramelle scartatele ora.

domenica 1 marzo 2015

Cosa aspettarsi da un parrucchiere cinese

Yan ha dei capelli da cartone animato arancioni e poca dimestichezza con l'italiano. Yan fa il parrucchiere e la porta del suo negozio confina col portone di casa mia. Ogni volta che lo incontro, praticamente tutti i giorni, io lo saluto e lui no. Ma l'incontro tra culture passa anche da qui, da un ciao, un buongiorno o un non-sono-abituato-a-salutare-gente-di-cui-non-conosco-il-nome. Immaginando dunque che lui non mi saluti perché non abbiamo mai avuto niente a che fare l'uno con l'altro, inizio a domandarmi se andando a farmi tagliare i capelli da lui il nostro rapporto potrebbe prendere una nuova piega.
Da parte mia mi sento combattuta. La leggenda metropolitana che vuole che se vai da un cinese poi diventi calvo ha trovato dimora anche dentro di me, quindi è dovuto passare esattamente un anno e un mese prima che le circostanze mi facessero varcare quella soglia.
Ero andata dal mio tagliacapelli di fiducia, ma ho subito girato i tacchi alla notizia che c'era almeno un'ora d'attesa. Visto che i miei capelli assomigliano più spesso a un nido di chiurlo che a una chioma come si deve, ho pensato che avrei potuto pazientare ancora una settimana. E invece no, c'è stato un moto dentro di me, uno slancio di fiducia, un salto nel buio che mi hanno portato da Yan.
Entro e mi chiede: piega? - Perché se sei donna, probabilmente vai da un cinese solo con questo scopo.
- No, taglio.
Vengo portata nel retrobottega all'istante. Probabilmente è l'ex bagno del negozio che ora si trova all'esterno, nel cortile. Dimenticatevi i lavandini multipli, qui è già tanto se ce n'è uno. Dimenticatevi quel bel massaggio alla testa che vale tutti i 30 euro di spesa dal vostro infallibile coiffeur. Qui ti lavano i capelli esattamente come te li laveresti tu sotto la doccia. Di fretta, punto.
Lo shampoo profuma, sono passate alcune ore da quando l'ho fatto e non ho ancora notato effetti collaterali. Mi tampona i capelli con un piccolo asciugamano che poi viene buttato in un cestino e immagino e spero lavato a dovere. Superata la fase uno, si passa alla fase due.
Mi fa sedere e mi chiede: poco? - Perché se sei donna e, caso strano, non vuoi solo la piega ma anche il taglio, probabilmente vuoi il taglio più sicuro possibile: la spuntatina.
- No, un po' di più.
Io invece voglio sfidarlo. Voglio vedere di cosa è capace e dare a entrambi la possibilità di rincontrarci tra qualche mese. Gli do un aiuto:
- Come la foto in vetrina.
Quella foto, diciamolo, fa schifo, ma è la cosa più vicino a quello che avevo in testa.
La macchina è partita. Il cinese taglia contro ogni simmetria, fregandosene di tutti gli insegnamenti di Jean Luis, Coppola e compagnia. È un razzo, taglia dritto, taglia tutto e tu sei lì che speri solo non ti tagli anche il collo. Perché in questo contesto solo l'idea di un piccolo graffietto farebbe mobilitare l'ufficio d'igiene. E mentre sei lì a pensare all'igiene questa sconosciuta, la vedi. La vedi e ti paralizzi. Peggio di una lama arrugginita o di uno shampoo corrosivo, c'è solo lei. L'unghia lunga del mignolo. Una minaccia per chiunque capiti sotto le sue mani. Muoviti e ti graffio. Dimostrati scontento e ti graffio. Vattene senza pagare e ti rigo la macchina con l'unghia lunga.
Il metodo è intimidatorio, ma efficace. Io sto immobile e lui fa veloce.
L'ultima domanda è:
- Lisci o mossa?
- Naturale, spettinato- rispondo
- Lisci o mossa?
- Mossa - e abbasso le pretese.
Quando ha fatto, ha fatto. Non mi chiede se va bene, non mi fa vedere il coppino col prodigio dei doppi specchi. Solo un ultimo tocco finale e di classe: lui che mi soffia sul collo per togliermi i capelli. Poi va alla cassa e mi chiede 10 euro.
- Arrivederci - dico.
Ma anche sta volta lui non saluta.