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domenica 1 marzo 2015

Cosa aspettarsi da un parrucchiere cinese

Yan ha dei capelli da cartone animato arancioni e poca dimestichezza con l'italiano. Yan fa il parrucchiere e la porta del suo negozio confina col portone di casa mia. Ogni volta che lo incontro, praticamente tutti i giorni, io lo saluto e lui no. Ma l'incontro tra culture passa anche da qui, da un ciao, un buongiorno o un non-sono-abituato-a-salutare-gente-di-cui-non-conosco-il-nome. Immaginando dunque che lui non mi saluti perché non abbiamo mai avuto niente a che fare l'uno con l'altro, inizio a domandarmi se andando a farmi tagliare i capelli da lui il nostro rapporto potrebbe prendere una nuova piega.
Da parte mia mi sento combattuta. La leggenda metropolitana che vuole che se vai da un cinese poi diventi calvo ha trovato dimora anche dentro di me, quindi è dovuto passare esattamente un anno e un mese prima che le circostanze mi facessero varcare quella soglia.
Ero andata dal mio tagliacapelli di fiducia, ma ho subito girato i tacchi alla notizia che c'era almeno un'ora d'attesa. Visto che i miei capelli assomigliano più spesso a un nido di chiurlo che a una chioma come si deve, ho pensato che avrei potuto pazientare ancora una settimana. E invece no, c'è stato un moto dentro di me, uno slancio di fiducia, un salto nel buio che mi hanno portato da Yan.
Entro e mi chiede: piega? - Perché se sei donna, probabilmente vai da un cinese solo con questo scopo.
- No, taglio.
Vengo portata nel retrobottega all'istante. Probabilmente è l'ex bagno del negozio che ora si trova all'esterno, nel cortile. Dimenticatevi i lavandini multipli, qui è già tanto se ce n'è uno. Dimenticatevi quel bel massaggio alla testa che vale tutti i 30 euro di spesa dal vostro infallibile coiffeur. Qui ti lavano i capelli esattamente come te li laveresti tu sotto la doccia. Di fretta, punto.
Lo shampoo profuma, sono passate alcune ore da quando l'ho fatto e non ho ancora notato effetti collaterali. Mi tampona i capelli con un piccolo asciugamano che poi viene buttato in un cestino e immagino e spero lavato a dovere. Superata la fase uno, si passa alla fase due.
Mi fa sedere e mi chiede: poco? - Perché se sei donna e, caso strano, non vuoi solo la piega ma anche il taglio, probabilmente vuoi il taglio più sicuro possibile: la spuntatina.
- No, un po' di più.
Io invece voglio sfidarlo. Voglio vedere di cosa è capace e dare a entrambi la possibilità di rincontrarci tra qualche mese. Gli do un aiuto:
- Come la foto in vetrina.
Quella foto, diciamolo, fa schifo, ma è la cosa più vicino a quello che avevo in testa.
La macchina è partita. Il cinese taglia contro ogni simmetria, fregandosene di tutti gli insegnamenti di Jean Luis, Coppola e compagnia. È un razzo, taglia dritto, taglia tutto e tu sei lì che speri solo non ti tagli anche il collo. Perché in questo contesto solo l'idea di un piccolo graffietto farebbe mobilitare l'ufficio d'igiene. E mentre sei lì a pensare all'igiene questa sconosciuta, la vedi. La vedi e ti paralizzi. Peggio di una lama arrugginita o di uno shampoo corrosivo, c'è solo lei. L'unghia lunga del mignolo. Una minaccia per chiunque capiti sotto le sue mani. Muoviti e ti graffio. Dimostrati scontento e ti graffio. Vattene senza pagare e ti rigo la macchina con l'unghia lunga.
Il metodo è intimidatorio, ma efficace. Io sto immobile e lui fa veloce.
L'ultima domanda è:
- Lisci o mossa?
- Naturale, spettinato- rispondo
- Lisci o mossa?
- Mossa - e abbasso le pretese.
Quando ha fatto, ha fatto. Non mi chiede se va bene, non mi fa vedere il coppino col prodigio dei doppi specchi. Solo un ultimo tocco finale e di classe: lui che mi soffia sul collo per togliermi i capelli. Poi va alla cassa e mi chiede 10 euro.
- Arrivederci - dico.
Ma anche sta volta lui non saluta.

venerdì 20 febbraio 2015

La banca è morta

Il 27 porta dalla periferia al centro. Porta persone. Porta belle sorprese quando, nelle mattine di sole, gira in fondo a via Mazzini e con la sua testa fa cucù in piazza Duomo. E qui ci starebbe un commento lirico sulla sua bianchezza e il cielo azzurro e lo spazio inondato di una luce morbida, quasi sanpietroburghina. Ma non sono io quella che scrive queste cose quindi faccio qualche passo indietro e torno in via Mazzini. Qui, al confine col paradiso, regna l'ombra. Io credo che stare troppo all'ombra non renda pallidi, ma cupi. E un po' così è questa via. Molte le saracinesche abbassate, i negozi trasferiti. Resistono, come macigni nei loro palazzi marmorei, le banche. Uffici di sei vetrine per sei, ciascuna oscurata da una pesante tenda polverosa. Le insegne, non esagero, ricoperte di ragnatele, trappole grigie che han catturato molti piccoli insetti. Immagino cosa significasse aprire una banca in centro una volta. Immagino che costi possa avere adesso. Di questi giganti del passato potrei anche immaginarmi gli spazi interni, ma non ne ho bisogno perché ci sono entrata davvero. 
Immaginatevi piazza Duomo. Mettetele un soffito. Toglietele la luce. Mettete scrivanie al posto dei portici. Eliminate piccioni e turisti. Prendete un vecchio direttore, l'impiegata grassa, l'impegata carina, l'impiegato giovane e il cassiere. Guardate in alto. C'è un soppalco buio e disabitato. Guardatevi intorno. Non è desolato? La vostra voce non fa l'eco? Il vecchio direttore fuma dentro, come per legge non si può più fare, ma lui è un vecchio direttore, ha sempre fumato ed è sempre stato sopra le regole. Ha sempre guardato il sedere delle impiegate carine e continua a farlo. L'impiegata carina fa fotocopie. La grassa e il giovane si lamentano del telefono del vecchio che squilla a vuoto. Solo il cassiere è una cellula impazzita. Infatti, sorride. È lui quello che cerca di tenere alto il morale del team. Fa le battute, racconta barzellette, scherza e chiacchiera coi clienti dondolando la testa al ritmo di una musica che sente solo lui. Bene, sono sicura che un giorno ucciderà tutti. 


giovedì 19 febbraio 2015

Scemo di guerra

La prima volta che l'ho visto salire in fondo al tram era in tenuta militare: anfibi neri, mimetica, cappellino nero.
Un soldato, penso. Fascista, giudico.
La seconda volta, stessa ora, stesso tram. Come un impiegato, ma alle forze dell'ordine. Forse lui va in giro così, sempre. La mattina apre l'armadio e una nuance di verde marcio gli si para davanti. Nella sua testa rimbomba: <<In riga!>>. Passa in rassegna il plotone nel cortile della caserma. Sono americani, tedeschi, russi, sono pezzi storici da collezione trovati ai mercatini, sono esemplari rari delle regioni dell'est comprati al mercato nero. Sono italiani. I più valorosi. E tra questi, il suo pupillo, il completo da combattimento dell'Esercito Italiano.
La sua camera è spoglia. Le lenzuola bianche sono tese sul letto. Se ci lanci una monetina, questa rimbalza. Sul comodino, una cartolina sacra della Madonna. Prima di uscire fa baciare la piastrina che porta al collo alla Santa Vergine. E poi anche per lui è buongiorno.
La terza volta lo vedo salire sul tram e marciare verso una ragazza che se ne sta seduta tranquilla.
<<Credi nella Madonna?>>
Lei farfuglia che sì, che però, non sa. Ma tanto lui non l'ascolta, <<ignorante>> le dice e disprezzandola a gesti e a parole se ne va in fondo al tram, spintonando i civili.

Il Signor Sì scende in via Larga, là dove son sempre parcheggiate delle camionette militari e due giovani presidiano un ingresso. Ero convinta fosse una scuola, ma mi sbagliavo. Forse un consolato, oppure non so. Comunque. Lui si mette con loro. Sta lì, presta servizio, anche se nessuno gliel'ha chiesto.
Non possono cacciarlo perché è disciplinato e non dà fastidio.
Non possono arruolarlo perché la sua disciplina è roba da matti.

venerdì 13 febbraio 2015

Lettera al mio nuovo dottore

Caro Dottor C.P.,
spero che lei goda di buona salute e che il nostro rapporto possa essere duraturo. La prego di non lasciarmi anzitempo e di non costringermi a recarmi una seconda volta presso l’Ufficio Scelta e Revoca dell’ASL di viale Molise 64 perché è un luogo che tutto mi rappresenta fuorché un posto di salute e igiene. 
Il puzzo degli angoli, il legno scrostato delle porte, le scritte sui muri, i soffitti lì lì per crollare. In fondo un giaciglio per clochard. Mi chiedo: sarà veramente qui o ci sarà un’altra entrata? Poi pian piano arrivano altre persone. Chi è l’ultimo? Un capannello di pochi aspetta l’apertura delle 8.30 e io capisco che si tratta dell’ingresso giusto. Molto brutto, ma giusto.
Faccio in fretta, per fortuna. Molto più in fretta di quella volta in via Doria. E quando esco prendo il 12, sarà lui oggi ad accompagnarmi al lavoro.
Forse mi sono dilungata troppo. Tornando a noi, caro Dottor C.P., mi auguro di venirla a trovare il meno spesso possibile, per non intasare le immagino già lunghe file dei suoi anziani pazienti.
Stia bene, mi raccomando

Aila S.