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venerdì 5 agosto 2016

Mi han rubato la catena

Una volta mi han rubato la catena della bici. Una buona catena, di quelle robuste.
Non capivo come fosse stato possibile.
Forse mi ero dimenticata di legare la bici, la catena era rimasta arrotolata intorno al sellino e qualcuno, vedendola con le sue belle maglie sciolte, l'ha presa e se l'è portata via. Ma una catena senza chiave non serve a molto.
Oppure l'avevo legata e il ladro, dopo averla tranciata, ha pensato che valesse più della mia bici, detta La Truce per via dei fanalini rotti e della ruggine che la corrode. Ma una catena spezzata non serve a molto.
Le fantasie su che fine potesse aver fatto la mia catena andavano dalla metallara vanitosa che se l'era messa al collo al violento di periferia che ne fece arma per uccidere.

La verità è che io non sapevo più che farmene di una bici senza catena.
Lasciarla lì, slegata e se qualcuno se la prende.
Pedalarla e non lasciarla mai.
Alla fine l'ho messa in cantina pensando: fino a quando non compro una nuova catena.

Non so se avete mai visto una bicicletta in cantina.
Col tempo le gomme si gonfiano, il sellino si impolvera e lei si piega sempre più sul cavalletto come una vecchietta che non ce la fa più.

L'ho lasciata chiusa al buio per tanto tempo, ma non l'ho mai dimenticata.
E sarà per questo che quando l'ho rivista non l'ho riconosciuta, perché me la ricordavo diversa.
Me la ricordavo bianca su un prato sotto al sole, me la ricordavo veloce in primavera e lenta d'inverno, me la ricordavo bagnata, me la ricordavo con una torta nel cestino e un'amica sul portapacchi.
E solo allora mi sono ricordata anche di un'altra cosa. Che la mia bici, detta La Truce, una catena non l'aveva mai avuta.

lunedì 4 gennaio 2016

Il giorno del Kazakistan

Io 7 ore di coda per vedere il padiglione del Kazakistan durante Expo non le ho fatte. Ne ho passate però 23 nel paese stesso, bloccata su un autobus surriscaldato e con "i finestrini così sporchi da non permettervi di vedere praticamente nulla del paesaggio" - Lonely Planet dixit.


È il 26 dicembre 2015. Partiamo da Bishkek alle 20 e dopo un'ora siamo al confine col Kazakistan. Superati pazientemente i controlli, risaliamo in autobus e ci sistemiamo per dormire. Arriveremo domani mattina.
A un certo punto succede che l'autobus si fermi e apra le porte. È notte e ci ritroviamo in un luogo lunare, fatto di dune di pietra e illuminato da quell'altra luna, quella piena che sta in cielo. Soffia un vento gelido e fortissimo. Vorrei esplorare questo posto, ma resto vicina all'autobus per paura di rimanere da sola nel buio e nel silenzio. È un minuto che vale tutto il viaggio.
I passeggeri tornano a bordo, si riparte, ma non faccio tempo a prendere sonno che ci fermiamo di nuovo, questa volta in coda a una coda di autobus e camion. Non riesco più a dormire. Mi viene anche la paura dei predoni e dei rapitori d'uomini e dei venditori d'organi. Non chiudo occhio. Aspetto solo che ci si muova. Aspetto finché il cielo piano piano diventa chiaro.
Si fa giorno. Siamo fermi, fermi, fermi. Uno dice che il vento ha ghiacciato le strade e non si può andare avanti. Un altro che ci vorranno tre giorni prima che il ghiaccio si sciolga. Forse ci saremmo dovuti portare dietro più acqua. Da mangiare abbiamo due banane, dei biscotti e un pacchetto di caramelle. L'autista pensa bene di prendere l'autostrada contromano per tornare da dove siamo venuti, in Kirghizistan. I passeggeri si ribellano. L'autista fa dietrofront e si rimette in coda, perdendo quei cinque metri che aveva guadagnato durante le ore della notte.
Scendo dall'autobus per prendere aria (che sa di gas di scarico visto che nessuno spegne il motore) e fare pipì dietro un arbusto spoglio. 


Fa un freddo secco che dà alla testa. Mi porto ai margini della strada e mi guardo intorno. Intorno, il deserto ghiacciato. Una terra piena di niente.



Quando dopo 13 ore di immobilità l'autobus riprende la marcia, saliamo su un altopiano dove troviamo segni di civiltà. Un'auto è uscita di strada ed è bloccata nella neve. Cinque uomini spalano e spingono. Ma solo la primavera, se questa terra la conosce, potrà liberarla. Tre bambini fanno le capriole sulla neve, poi corrono in casa chiamati dalla mamma. 


Il viaggio prosegue senza ulteriori intoppi. Ci fermiamo a un magazin per far rifornimento d'acqua e cibo. Le forme di pane passano di mano in mano, dai posti davanti a quelli in fondo, facendosi sempre più piccole. Ci sono dei bambini che viaggiano con noi. Per tutto il tempo sono stati silenziosi, pazienti, come i grandi. Nessuno si è lamentato del ritardo. La gente dorme stanca. Alcuni ridacchiano. Solo quando ci dicono che per arrivare al confine dobbiamo pagare più soldi una ragazza alza la voce. Ma a parte questo tutti pagano. E prima del confine carichiamo a bordo un uomo e una donna che possono cambiare la valuta. Nei loro sacchetti di plastica ne hanno quanta ne vogliamo.
È in questo momento che scopriamo che in Uzbekistan la banconota più utilizzata è quella da 1000 Som. Pari a 20 centesimi di Euro. Così ci troviamo con 10 mazzette da 100.000 Som. Si usa così. Il portafogli è assolutamente inutile. Le buttiamo nello zaino come fossero pacchi di fazzoletti. Col tempo ci abitueremo alla gente che va in giro con i soldi nei sacchetti della spesa e impareremo a contarli velocemente. Ma per adesso ci guardiamo allibiti e contiamo da uno a centomila controllando che non ci siano pezzi da 500 tra quelli da 1000.

Dopo 24 ore al posto di 12 è ora di scendere dall'autobus. Sono le 20 di sera del 27 dicembre. Saremmo dovuti arrivare a Shymkent alle 7 del mattino. Le gambe fanno male. Troppo tempo seduti. Trasciniamo il trolley sulla ghiaia e nel fango. Superiamo il confine kazako e arriviamo a quello uzbeko. Qui uomini in divisa con colbacco e mitra mettono gli uomini in fila, fanno passare avanti le donne. Urlano e spintonano. Non importa se giovani o vecchi, tutti sono trattati allo stesso modo. Male. Le guardie mantengono un ordine che comunque non c'è. Ci sono migliaia di persone che vogliono passare dall'altra parte. Migliaia di persone cariche di bagagli tenuti insieme col nastro adesivo. C'è odore di roba indefinibile marcescente. 
Dopo una prima coda ce n'è una seconda. Controllo passaporto. Dopo la seconda ce n'è un'altra. Siamo tutti schiacciati tra una porta e un cancello. Tra una valigia e una spalla. Per andare avanti bisogna spingere. Dimenticarsi delle buone maniere e spingere come fanno tutti, sperando che non ci dividano. In coda facciamo amicizia con due ragazzi che erano sull'autobus con noi. Una spinta dopo l'altra, arriviamo alla fine di questa coda. E ne inizia un'altra. Controllo bagagli. Altra coda. Controllo valuta contante. Un'altra coda per un altro controllo bagagli. L'ultima coda. Controllo passaporto. 
Siamo fuori. Anzi siamo dentro. Siamo in Uzbekistan.




giovedì 15 ottobre 2015

È colpa di Maria Isabel

Anche se oggi non si va a scuola, Maria Isabel non vuole alzarsi dal letto.
La mamma perde lo zen, questa è una giornata importante, bisogna vestirsi bene, pettinarsi bene e soprattutto essere puntuali.
È una lotta. Maria contro la calzamaglia, Maria contro la gonna, Maria contro la spazzola, Maria contro la tazza di cereali. Gli strilli di Maria contro quelli di sua mamma a cui si aggiungono quelli del papà. Ascensore, garage, tutti in macchina diretti al centro di collocamento. Dopo pochi minuti torna il silenzio, ma il nervosismo non si placa. Sbagliano strada, non trovano parcheggio e quando lo trovano Maria ammacca la portiera contro un muretto. 
- Maria Isabel!
- Hai parcheggiato troppo vicino.
- Potevi scendere dall'altra parte!
- Hai preso le fototessere?
- Le fototessere? Va beh, non saremo mica gli unici, saranno attrezzati per quelli come noi.
Infatti, all’ingresso del palazzo ci sono due cabine per le foto.
- Hai moneta?
- No.
- Non dà resto.
- Va beh, metti 5 e andiamo. Sono le nove e un quarto adesso.
- È venuta male.
- Non importa, andiamo.
Seguono le frecce attraverso l’atrio del palazzo, arrivano in una sala piena di famiglie, i bambini piangono come se fossero in attesa della temutissima vaccinazione, i genitori sono tesi. 
- Hanno chiamato “Peña”? - Chiedono a una mamma.
- No, ma le bambine femmine sono in un’altra sala.
Si affrettano in formazione a triangolo: mamma e papà sulle fasce, Maria al centro tirata per le braccia.
- Pena?
Sulla porta una donna in tailleur si guarda in giro e li riconosce subito, quelli che arrivano di corsa, il padre che alza il braccio in segno di “ci siamo” e la madre che sistema la camicia alla bambina.
- Peña, è spagnolo, siamo noi.

buongiorno27

Il colloquio di pre-inserimento alle professioni si fa all’età di 12 anni. Serve a ottimizzare i posti di lavoro, a essere certi che quando il giovane sarà adulto, un adulto sarà pensionato, che non ci siano posti vacanti o troppo richiesti. La riforma a lungo termine ha spaccato l’opinione pubblica, i sondaggi davano solo il 2% favorevole, ma manifestare il proprio dissenso significava perdere il proprio posto, così a legge approvata quel 2% diventò quello dei contrari, martiri giunti all’età della pensione che sacrificarono la propria festa di pensionamento per le generazioni future.

Maria si siede con le mani infilate sotto le ginocchia. Dondola le gambe. Si guarda intorno e cerca con gli occhi i genitori che però stanno sorridendo non ricambiati alla donna in tailleur. A un certo punto a Maria viene da ridere, ma poi, come se una voce le stesse ricordando che non si fa, smette. E allora, a testa china, si accorge di essere osservata. Da destra, da sinistra e da di fronte. Soprattuto da di fronte, da quella donna pallida che assomiglia alla cuoca della colonia, quella che la costringeva a mangiare le carote bollite e le riempiva nuovamente il piatto quando le aveva finite.

- Maria cosa vuoi fare da grande?
Maria guarda la mamma, il papà, tace.
- Che lavoro vuoi fare quando sarai grande?
Un’alzata di spalle. Lei non lo sa.
- Queste sono le due fotografie formato tessera richieste. Vanno bene?
Il padre appoggia le foto sulla scrivania, poi le allunga verso la donna che le lascia lì.
- Maria Isabel vuoi rispondere alla signora? Non volevi fare la ceramista come quella del film dell’altra sera? Oppure la scrittrice come ti dice la maestra?
La voce dolce della mamma la scioglie. Si porta i capelli lisci e neri dietro le orecchie.
- Voglio aggiustare le macchine.
- Ma cosa dici?
- Voglio fare il meccanico e scambiare le gomme.
La donna in tailleur batte la risposta al computer.
- Ma no signora, aspetti, non voleva dirlo sul serio. E gli animali? Non ti piacevano gli animali?
- Oppure l’ingegnere come il papà!
- La ballerina, ci sono posti per ballerine no?
- La giornalista.
- La maestra.
- Il professore.
- Signori, state calmi. Dobbiamo considerare valida la prima risposta, tanto più che la richiesta è già stata inoltrata. Se volete cambiare risposta dovete compilare il modulo, pagare il bollettino online più il bollo di imposta e prenotare un nuovo appuntamento per un colloquio motivazionale. La prima risposta è quella che conta.
- Ma è un lavoro da uomini!
Maria tira un pugno sulla spalla della mamma, mette il broncio e gli occhi le si riempiono di lacrime.
- Hai ragione ad arrabbiarti, Maria. Anche io da piccola volevo giocare a basket, ma mi dissero che ero troppo bassa. Oggi, grazie al centro di pre-inserimento, avrei potuto essere ascoltata. Avrei iniziato a frequentare corsi, ad allenarmi e sarei diventata una giocatrice professionista. Vostra figlia è fortunata.

I Peña camminano in silenzio verso la macchina.
Sulla strada del ritorno Maria Isabel chiede se sono arrabbiati.
- No Maria, non siamo arrabbiati. Ma quand'è che ti è venuta questa idea del meccanico?
- Prima. Così da grande posso aggiustare la portiera.

giovedì 6 agosto 2015

Chiamate un dottore

Sedute una di fronte all'altra, dottoressa e paziente aspettavano che l'altra iniziasse a parlare per prima.
Il cosiddetto silenzio di tomba fu rotto dal "mi dica" di rito.
- Mi dica.
- Dottoressa...
- Eh.
Quell'"eh", scocciato, accaldato, distratto, riportò il dialogo allo stadio iniziale. Allo zero, al vuoto assoluto, alla tabula rasa. Di nuovo fu la dottoressa a prendere la parola.
- È la prima volta che la vedo. Vogliamo fare un'anamnesi?
- Se vuole, se devo.
- È prassi. Altrimenti mi dica quello che deve dirmi. Le fa male qualcosa?
- No.
- Ha bisogno di una ricetta?
- No.
- Ha bisogno di compagnia?
- No, sono sposata.
- Suo marito la picchia?
- No.
- Problemi sessuali?
- No, affatto.
- Turbe psichiche? Ha bisogno per sé o per dei familiari di psicofarmaci?
- No, credo di no.
- Perché è venuta da me?
- ...
- Senta, sono le 19. Di là stanno aspettando almeno altre 5 persone, anziane. Lei è giovane e forse non si rende conto che questo è il luglio più caldo della storia, svuoto una tanica da 12 litri d'acqua del condizionatore al giorno e io sto perdendo la pazienza. Ne sento di ogni tutti i giorni. Mi dica, ha qualche morbo imbarazzante? Le zecche, la candida, l'hiv, vuole abortire?
- Mi scusi. Ha ragione, stavo cercando le parole.
- Faccia un respiro profondo.
La paziente abbassò gli occhi e cominciò a parlare.
- Ogni volta che prendo il tram 12 succede una cosa molta brutta. Per questo ho voluto vederla oggi, anche se in realtà non ho niente. Per avvertirla. Ogni volta che prendo il tram 12 è perché sono stata all'Ufficio Scelta e Revoca dell'ASL e ogni volta che vado all'Ufficio Scelta e Revoca il medico che scelgo...
Si sentiva solo il tic-tic della penna a scatto che la dottoressa teneva in mano. E con un po' di attenzione, si poteva ascoltare anche un cuore impazzito. Era quello della paziente che rimbombava nei suoi timpani. Per zittirlo, riprese il discorso.
- Il primo se n'è andato a maggio di quattro anni fa. L'ultimo il mese scorso. E nel mezzo altri tre o quattro hanno fatto la stessa fine. Giuro di non aver mai visto nessuno di questi dottori in faccia perché io li sceglievo, ma non avevo mai bisogno di loro, stavo bene. E poi arrivava quella lettera: "Siamo spiacenti di comunicarle che il suo medico di base è deceduto." La prima volta, la seconda... ammetto che ci vedevo dell'ironia. E poi la terza, la quarta, la quinta vittima. Ecco solo per avvertirla che di recente ho preso il tram 12 dopo aver scelto lei.
La dottoressa sbigottita faceva tanto d'occhi e restava a bocca aperta.
- Dottoressa?
Silenzio di tomba.
- Dottoressa?
Uscì dallo studio e con la calma che solo un killer può avere disse di chiamare un dottore.

venerdì 20 febbraio 2015

La banca è morta

Il 27 porta dalla periferia al centro. Porta persone. Porta belle sorprese quando, nelle mattine di sole, gira in fondo a via Mazzini e con la sua testa fa cucù in piazza Duomo. E qui ci starebbe un commento lirico sulla sua bianchezza e il cielo azzurro e lo spazio inondato di una luce morbida, quasi sanpietroburghina. Ma non sono io quella che scrive queste cose quindi faccio qualche passo indietro e torno in via Mazzini. Qui, al confine col paradiso, regna l'ombra. Io credo che stare troppo all'ombra non renda pallidi, ma cupi. E un po' così è questa via. Molte le saracinesche abbassate, i negozi trasferiti. Resistono, come macigni nei loro palazzi marmorei, le banche. Uffici di sei vetrine per sei, ciascuna oscurata da una pesante tenda polverosa. Le insegne, non esagero, ricoperte di ragnatele, trappole grigie che han catturato molti piccoli insetti. Immagino cosa significasse aprire una banca in centro una volta. Immagino che costi possa avere adesso. Di questi giganti del passato potrei anche immaginarmi gli spazi interni, ma non ne ho bisogno perché ci sono entrata davvero. 
Immaginatevi piazza Duomo. Mettetele un soffito. Toglietele la luce. Mettete scrivanie al posto dei portici. Eliminate piccioni e turisti. Prendete un vecchio direttore, l'impiegata grassa, l'impegata carina, l'impiegato giovane e il cassiere. Guardate in alto. C'è un soppalco buio e disabitato. Guardatevi intorno. Non è desolato? La vostra voce non fa l'eco? Il vecchio direttore fuma dentro, come per legge non si può più fare, ma lui è un vecchio direttore, ha sempre fumato ed è sempre stato sopra le regole. Ha sempre guardato il sedere delle impiegate carine e continua a farlo. L'impiegata carina fa fotocopie. La grassa e il giovane si lamentano del telefono del vecchio che squilla a vuoto. Solo il cassiere è una cellula impazzita. Infatti, sorride. È lui quello che cerca di tenere alto il morale del team. Fa le battute, racconta barzellette, scherza e chiacchiera coi clienti dondolando la testa al ritmo di una musica che sente solo lui. Bene, sono sicura che un giorno ucciderà tutti. 


giovedì 19 febbraio 2015

Scemo di guerra

La prima volta che l'ho visto salire in fondo al tram era in tenuta militare: anfibi neri, mimetica, cappellino nero.
Un soldato, penso. Fascista, giudico.
La seconda volta, stessa ora, stesso tram. Come un impiegato, ma alle forze dell'ordine. Forse lui va in giro così, sempre. La mattina apre l'armadio e una nuance di verde marcio gli si para davanti. Nella sua testa rimbomba: <<In riga!>>. Passa in rassegna il plotone nel cortile della caserma. Sono americani, tedeschi, russi, sono pezzi storici da collezione trovati ai mercatini, sono esemplari rari delle regioni dell'est comprati al mercato nero. Sono italiani. I più valorosi. E tra questi, il suo pupillo, il completo da combattimento dell'Esercito Italiano.
La sua camera è spoglia. Le lenzuola bianche sono tese sul letto. Se ci lanci una monetina, questa rimbalza. Sul comodino, una cartolina sacra della Madonna. Prima di uscire fa baciare la piastrina che porta al collo alla Santa Vergine. E poi anche per lui è buongiorno.
La terza volta lo vedo salire sul tram e marciare verso una ragazza che se ne sta seduta tranquilla.
<<Credi nella Madonna?>>
Lei farfuglia che sì, che però, non sa. Ma tanto lui non l'ascolta, <<ignorante>> le dice e disprezzandola a gesti e a parole se ne va in fondo al tram, spintonando i civili.

Il Signor Sì scende in via Larga, là dove son sempre parcheggiate delle camionette militari e due giovani presidiano un ingresso. Ero convinta fosse una scuola, ma mi sbagliavo. Forse un consolato, oppure non so. Comunque. Lui si mette con loro. Sta lì, presta servizio, anche se nessuno gliel'ha chiesto.
Non possono cacciarlo perché è disciplinato e non dà fastidio.
Non possono arruolarlo perché la sua disciplina è roba da matti.

giovedì 29 gennaio 2015

La Sirenetta

Inverno è mettere tanto zucchero nelle bevande calde.
O tanto dolcificante se sei alta, magra e bionda. Con il naso dritto e la bocca stretta in una smorfia costante di superiorità. Se hai forme perfette che resistono alla forza gravitazionale esercitata dal pianeta Over50. Se misuri l'eleganza in centimetri di tacco e diametro delle scollature. 

Un giorno ti sorprendo a leggere il Simposio di Platone. Strano abbinamento, tu con il Simposio. Ti credevo una superficiale e invece guarda che letture erudite. Forse è una versione a fumetti? Basta essere cattive, d'altronde anche la mia prof di latino e greco del liceo era come te, solo molto più bassa. Appariscente non significa oca.
Quel giorno un uomo ti si siede accanto: <<Lessi anche io il Simposio, da ragazzo.>> Usa il passato remoto per darsi un tono. Ma tu non rispondi, non lo degni nemmeno di mezzo sorriso. Anche da seduta sei più alta di lui di una spanna. Ma ormai lui si è agganciato, ti domanda se ti sta disturbando, ti chiede dove stai andando, se ti piace il tuo lavoro. E quando scendi dal tram lui ti segue, come i ratti il pifferaio magico. O forse meglio, come i marinai le sirene.
Però spesso una sirena è sinonimo di allarme e tu, pover'uomo, non l'hai capito. Sei stato rapito.

La mattina dopo la bambola si era sgonfiata. Riprese i suoi anni, le sue rughe, i suoi primi capelli bianchi, la sua voglia di scarpe comode. Riprese a camminare al pian terreno dove ai dialoghi di Platone si preferiscono le sfumature di grigio.

venerdì 23 gennaio 2015

Il Barbocchiale

Ti viene da dargli del tu. Giovane, con una bella barba scura, lunga ma non foltissima, occhiali dalla montatura nera e spessa e quella borsa a tracolla di cuoio con inserti celesti. Scarpe lucide, calzini a righe e ovviamente cuffie vistose bianche, ma che non lasciano trapelare nulla dei suoi gusti musicali. Sotto questo hipster sui generis, soprattutto per la stazza che non è asciutta come quella degli altri della sua specie, potrebbe nascondersi un metallaro, un jazzaholic, un rapper. Purtroppo radiografare la sua tracklist non è dato, ma facciamo che ascolti soprattutto classica. Mentre il barbiere di Siviglia lo accompagna oltre via Meravigli, l'orsacchiottone pacioccone legge un libro di storia moderna. Roba seria, ma comunque la voglia di andare lì e dirgli ehi ciao come ti chiami è forte. 

Una volta una ci ha provato, non nel senso fisicoaffettivo, ma nel senso che ha provato a dirgli ehi ciao. Soltanto che lui ha frainteso e ha capito che ci stava provando nell'altro senso. Quindi è diventato tutto rosso, non ha detto niente e con una coordinazione perfetta è riuscito nello stesso istante ad alzare la mano in segno di timido saluto, alzare il volume della musica e scendere dal tram.
SOOOOONO IL FACTOOTUM DEEEELLA CITTÀÀÀÀ! gli urla Figaro nelle orecchie. E non sente lo scampanellio di una bici che imprudente e sfacciata gli sfreccia addosso.
I due sono a terra, in un miscuglio di raggi, pedali, fili delle cuffie, tracolle delle borse e sguardi imbarazzati. Lui la guarda bene e la riconosce:
<<Ehi ciao ma di solito non prendi il tram?>>
Lei si fa rossa, non dice niente, e rialzata la bici si allontana pedalando come una matta.

giovedì 15 gennaio 2015

Il Furetto furioso

Mezzi pubblici uguale fetore e sporcizia.
Ci fai caso a giorni alterni, ma il giorno sì, quello in cui l’occhio cade, irresistibilmente attratto da ciò che più lo repelle, due domande te le fai.
Ragazza mia dai capelli lunghi e biondi, perché non te li lavi? Ne hai due messi in croce, anche ad asciugarli ci metterai un attimo.
Sei pronto a colpirla col tuo disappunto, ma appena incontri quel suo muso da furetto qualcosa ti blocca e quasi ti vien da chiederle scusa.
È come ti guarda. Fa girare l’occhio verso l’angolino in basso e ti scruta di traverso. Uno sguardo a destra, uno a sinistra, e ancora a destra, e poi a sinistra. Non le piaci, noi non le piacciamo e non si fida affatto, tanto che tiene la borsa grande rispetto al suo corpo piccolo stretta sotto al braccio. Ha molte più gambe che busto e la tendenza ad occupare poco spazio. Lei non tocca gli altri, gli altri non la toccano. Chissà cosa le ha fatto la vita, per spostarla tra coloro che sono al loro posto e non al nostro. Quando scende in Cinque Giornate si allontana a piccoli passi svelti.

Arriverà in ufficio e saluterà (saluterà?) con voce incerta. Si sederà alla scrivania e sistemerà le sue cose con movimenti nervosi. Non alzerà il naso dalle sue carte, ma il suo sguardo scandirà i secondi, des-sinis-des-sinis, di qua e di là, tic tac, fino all’ora di pranzo quando tirerà fuori un panino di pan carré al prosciutto cotto avvolto nel cellofan. Un giorno qualcuno le chiederà di andare a pranzare insieme. Lei si stringerà la borsa sotto il braccio e dirà di no, oggi no, non oggi. Ma la sera si farà lo shampoo.