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lunedì 4 gennaio 2016

Il giorno del Kazakistan

Io 7 ore di coda per vedere il padiglione del Kazakistan durante Expo non le ho fatte. Ne ho passate però 23 nel paese stesso, bloccata su un autobus surriscaldato e con "i finestrini così sporchi da non permettervi di vedere praticamente nulla del paesaggio" - Lonely Planet dixit.


È il 26 dicembre 2015. Partiamo da Bishkek alle 20 e dopo un'ora siamo al confine col Kazakistan. Superati pazientemente i controlli, risaliamo in autobus e ci sistemiamo per dormire. Arriveremo domani mattina.
A un certo punto succede che l'autobus si fermi e apra le porte. È notte e ci ritroviamo in un luogo lunare, fatto di dune di pietra e illuminato da quell'altra luna, quella piena che sta in cielo. Soffia un vento gelido e fortissimo. Vorrei esplorare questo posto, ma resto vicina all'autobus per paura di rimanere da sola nel buio e nel silenzio. È un minuto che vale tutto il viaggio.
I passeggeri tornano a bordo, si riparte, ma non faccio tempo a prendere sonno che ci fermiamo di nuovo, questa volta in coda a una coda di autobus e camion. Non riesco più a dormire. Mi viene anche la paura dei predoni e dei rapitori d'uomini e dei venditori d'organi. Non chiudo occhio. Aspetto solo che ci si muova. Aspetto finché il cielo piano piano diventa chiaro.
Si fa giorno. Siamo fermi, fermi, fermi. Uno dice che il vento ha ghiacciato le strade e non si può andare avanti. Un altro che ci vorranno tre giorni prima che il ghiaccio si sciolga. Forse ci saremmo dovuti portare dietro più acqua. Da mangiare abbiamo due banane, dei biscotti e un pacchetto di caramelle. L'autista pensa bene di prendere l'autostrada contromano per tornare da dove siamo venuti, in Kirghizistan. I passeggeri si ribellano. L'autista fa dietrofront e si rimette in coda, perdendo quei cinque metri che aveva guadagnato durante le ore della notte.
Scendo dall'autobus per prendere aria (che sa di gas di scarico visto che nessuno spegne il motore) e fare pipì dietro un arbusto spoglio. 


Fa un freddo secco che dà alla testa. Mi porto ai margini della strada e mi guardo intorno. Intorno, il deserto ghiacciato. Una terra piena di niente.



Quando dopo 13 ore di immobilità l'autobus riprende la marcia, saliamo su un altopiano dove troviamo segni di civiltà. Un'auto è uscita di strada ed è bloccata nella neve. Cinque uomini spalano e spingono. Ma solo la primavera, se questa terra la conosce, potrà liberarla. Tre bambini fanno le capriole sulla neve, poi corrono in casa chiamati dalla mamma. 


Il viaggio prosegue senza ulteriori intoppi. Ci fermiamo a un magazin per far rifornimento d'acqua e cibo. Le forme di pane passano di mano in mano, dai posti davanti a quelli in fondo, facendosi sempre più piccole. Ci sono dei bambini che viaggiano con noi. Per tutto il tempo sono stati silenziosi, pazienti, come i grandi. Nessuno si è lamentato del ritardo. La gente dorme stanca. Alcuni ridacchiano. Solo quando ci dicono che per arrivare al confine dobbiamo pagare più soldi una ragazza alza la voce. Ma a parte questo tutti pagano. E prima del confine carichiamo a bordo un uomo e una donna che possono cambiare la valuta. Nei loro sacchetti di plastica ne hanno quanta ne vogliamo.
È in questo momento che scopriamo che in Uzbekistan la banconota più utilizzata è quella da 1000 Som. Pari a 20 centesimi di Euro. Così ci troviamo con 10 mazzette da 100.000 Som. Si usa così. Il portafogli è assolutamente inutile. Le buttiamo nello zaino come fossero pacchi di fazzoletti. Col tempo ci abitueremo alla gente che va in giro con i soldi nei sacchetti della spesa e impareremo a contarli velocemente. Ma per adesso ci guardiamo allibiti e contiamo da uno a centomila controllando che non ci siano pezzi da 500 tra quelli da 1000.

Dopo 24 ore al posto di 12 è ora di scendere dall'autobus. Sono le 20 di sera del 27 dicembre. Saremmo dovuti arrivare a Shymkent alle 7 del mattino. Le gambe fanno male. Troppo tempo seduti. Trasciniamo il trolley sulla ghiaia e nel fango. Superiamo il confine kazako e arriviamo a quello uzbeko. Qui uomini in divisa con colbacco e mitra mettono gli uomini in fila, fanno passare avanti le donne. Urlano e spintonano. Non importa se giovani o vecchi, tutti sono trattati allo stesso modo. Male. Le guardie mantengono un ordine che comunque non c'è. Ci sono migliaia di persone che vogliono passare dall'altra parte. Migliaia di persone cariche di bagagli tenuti insieme col nastro adesivo. C'è odore di roba indefinibile marcescente. 
Dopo una prima coda ce n'è una seconda. Controllo passaporto. Dopo la seconda ce n'è un'altra. Siamo tutti schiacciati tra una porta e un cancello. Tra una valigia e una spalla. Per andare avanti bisogna spingere. Dimenticarsi delle buone maniere e spingere come fanno tutti, sperando che non ci dividano. In coda facciamo amicizia con due ragazzi che erano sull'autobus con noi. Una spinta dopo l'altra, arriviamo alla fine di questa coda. E ne inizia un'altra. Controllo bagagli. Altra coda. Controllo valuta contante. Un'altra coda per un altro controllo bagagli. L'ultima coda. Controllo passaporto. 
Siamo fuori. Anzi siamo dentro. Siamo in Uzbekistan.




giovedì 15 ottobre 2015

È colpa di Maria Isabel

Anche se oggi non si va a scuola, Maria Isabel non vuole alzarsi dal letto.
La mamma perde lo zen, questa è una giornata importante, bisogna vestirsi bene, pettinarsi bene e soprattutto essere puntuali.
È una lotta. Maria contro la calzamaglia, Maria contro la gonna, Maria contro la spazzola, Maria contro la tazza di cereali. Gli strilli di Maria contro quelli di sua mamma a cui si aggiungono quelli del papà. Ascensore, garage, tutti in macchina diretti al centro di collocamento. Dopo pochi minuti torna il silenzio, ma il nervosismo non si placa. Sbagliano strada, non trovano parcheggio e quando lo trovano Maria ammacca la portiera contro un muretto. 
- Maria Isabel!
- Hai parcheggiato troppo vicino.
- Potevi scendere dall'altra parte!
- Hai preso le fototessere?
- Le fototessere? Va beh, non saremo mica gli unici, saranno attrezzati per quelli come noi.
Infatti, all’ingresso del palazzo ci sono due cabine per le foto.
- Hai moneta?
- No.
- Non dà resto.
- Va beh, metti 5 e andiamo. Sono le nove e un quarto adesso.
- È venuta male.
- Non importa, andiamo.
Seguono le frecce attraverso l’atrio del palazzo, arrivano in una sala piena di famiglie, i bambini piangono come se fossero in attesa della temutissima vaccinazione, i genitori sono tesi. 
- Hanno chiamato “Peña”? - Chiedono a una mamma.
- No, ma le bambine femmine sono in un’altra sala.
Si affrettano in formazione a triangolo: mamma e papà sulle fasce, Maria al centro tirata per le braccia.
- Pena?
Sulla porta una donna in tailleur si guarda in giro e li riconosce subito, quelli che arrivano di corsa, il padre che alza il braccio in segno di “ci siamo” e la madre che sistema la camicia alla bambina.
- Peña, è spagnolo, siamo noi.

buongiorno27

Il colloquio di pre-inserimento alle professioni si fa all’età di 12 anni. Serve a ottimizzare i posti di lavoro, a essere certi che quando il giovane sarà adulto, un adulto sarà pensionato, che non ci siano posti vacanti o troppo richiesti. La riforma a lungo termine ha spaccato l’opinione pubblica, i sondaggi davano solo il 2% favorevole, ma manifestare il proprio dissenso significava perdere il proprio posto, così a legge approvata quel 2% diventò quello dei contrari, martiri giunti all’età della pensione che sacrificarono la propria festa di pensionamento per le generazioni future.

Maria si siede con le mani infilate sotto le ginocchia. Dondola le gambe. Si guarda intorno e cerca con gli occhi i genitori che però stanno sorridendo non ricambiati alla donna in tailleur. A un certo punto a Maria viene da ridere, ma poi, come se una voce le stesse ricordando che non si fa, smette. E allora, a testa china, si accorge di essere osservata. Da destra, da sinistra e da di fronte. Soprattuto da di fronte, da quella donna pallida che assomiglia alla cuoca della colonia, quella che la costringeva a mangiare le carote bollite e le riempiva nuovamente il piatto quando le aveva finite.

- Maria cosa vuoi fare da grande?
Maria guarda la mamma, il papà, tace.
- Che lavoro vuoi fare quando sarai grande?
Un’alzata di spalle. Lei non lo sa.
- Queste sono le due fotografie formato tessera richieste. Vanno bene?
Il padre appoggia le foto sulla scrivania, poi le allunga verso la donna che le lascia lì.
- Maria Isabel vuoi rispondere alla signora? Non volevi fare la ceramista come quella del film dell’altra sera? Oppure la scrittrice come ti dice la maestra?
La voce dolce della mamma la scioglie. Si porta i capelli lisci e neri dietro le orecchie.
- Voglio aggiustare le macchine.
- Ma cosa dici?
- Voglio fare il meccanico e scambiare le gomme.
La donna in tailleur batte la risposta al computer.
- Ma no signora, aspetti, non voleva dirlo sul serio. E gli animali? Non ti piacevano gli animali?
- Oppure l’ingegnere come il papà!
- La ballerina, ci sono posti per ballerine no?
- La giornalista.
- La maestra.
- Il professore.
- Signori, state calmi. Dobbiamo considerare valida la prima risposta, tanto più che la richiesta è già stata inoltrata. Se volete cambiare risposta dovete compilare il modulo, pagare il bollettino online più il bollo di imposta e prenotare un nuovo appuntamento per un colloquio motivazionale. La prima risposta è quella che conta.
- Ma è un lavoro da uomini!
Maria tira un pugno sulla spalla della mamma, mette il broncio e gli occhi le si riempiono di lacrime.
- Hai ragione ad arrabbiarti, Maria. Anche io da piccola volevo giocare a basket, ma mi dissero che ero troppo bassa. Oggi, grazie al centro di pre-inserimento, avrei potuto essere ascoltata. Avrei iniziato a frequentare corsi, ad allenarmi e sarei diventata una giocatrice professionista. Vostra figlia è fortunata.

I Peña camminano in silenzio verso la macchina.
Sulla strada del ritorno Maria Isabel chiede se sono arrabbiati.
- No Maria, non siamo arrabbiati. Ma quand'è che ti è venuta questa idea del meccanico?
- Prima. Così da grande posso aggiustare la portiera.