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mercoledì 1 luglio 2015

Storia della donna e dell'uomo che le insegnò a parcheggiare

Caro tu,
mi ricordo di un sentiero che ci ha portato molto in alto, attraverso arbusti spinosi che ci hanno graffiato le gambe.
Mi ricordo che hai composto una canzone per me, ma gli accordi, quelli non li ricordo.
Mi ricordo che litigavamo un sacco e che una volta ti ho lanciato una scarpa verde.
Mi hai costretta a fare parapendio. Ti ho odiato per questo e per questo ti ringrazio, perché me lo ricorderò per sempre.
E in ordine sparso fanno la loro apparizione nella mia memoria: i fuochi d'artificio, l'Inter di Mourinho, una bottiglia che, caduta dall'ottavo piano, non si è rotta, due etti di prosciutto cotto nascosti nel freezer del supermercato, un tizio che si è servito del nostro pranzo sul treno, le temibili sarde di Stoccolma e un odore micidiale di frizione bruciata.
Tutti questi amarcord sono palline rimbalzine che bussano all'ippocampo, passano a fare un saluto, anche io sono sempre felice di vedervi, ci sentiamo, quando volete sono qua. Ma tra queste palline ce n'è una che ha una frequenza di rimbalzo maggiore.

Caro tu,
potrei ricordarti come colui che mi ha aperto il cocco,
il mago che dalla moka tirava fuori nu babà,
potrei ricordarti come il mister che portò l'Avellino in serie A,
il licantropo che impazziva nelle notti di barba lunga.

E invece,
come te nessuno mai mi ha insegnato a parcheggiare in un'unica manovra,
freccia a destra freno folle frizione retro sterza controsterza
senza cin cin con l'auto di dietro. Da manuale, da complimenti.

Se non fosse stato per te, la mia vita sarebbe ancora parcheggiata lì dove ci siamo lasciati, arresa in una posizione scomoda, con le quattro frecce in seconda fila.

venerdì 13 febbraio 2015

Lettera al mio nuovo dottore

Caro Dottor C.P.,
spero che lei goda di buona salute e che il nostro rapporto possa essere duraturo. La prego di non lasciarmi anzitempo e di non costringermi a recarmi una seconda volta presso l’Ufficio Scelta e Revoca dell’ASL di viale Molise 64 perché è un luogo che tutto mi rappresenta fuorché un posto di salute e igiene. 
Il puzzo degli angoli, il legno scrostato delle porte, le scritte sui muri, i soffitti lì lì per crollare. In fondo un giaciglio per clochard. Mi chiedo: sarà veramente qui o ci sarà un’altra entrata? Poi pian piano arrivano altre persone. Chi è l’ultimo? Un capannello di pochi aspetta l’apertura delle 8.30 e io capisco che si tratta dell’ingresso giusto. Molto brutto, ma giusto.
Faccio in fretta, per fortuna. Molto più in fretta di quella volta in via Doria. E quando esco prendo il 12, sarà lui oggi ad accompagnarmi al lavoro.
Forse mi sono dilungata troppo. Tornando a noi, caro Dottor C.P., mi auguro di venirla a trovare il meno spesso possibile, per non intasare le immagino già lunghe file dei suoi anziani pazienti.
Stia bene, mi raccomando

Aila S.