venerdì 5 agosto 2016

Mi han rubato la catena

Una volta mi han rubato la catena della bici. Una buona catena, di quelle robuste.
Non capivo come fosse stato possibile.
Forse mi ero dimenticata di legare la bici, la catena era rimasta arrotolata intorno al sellino e qualcuno, vedendola con le sue belle maglie sciolte, l'ha presa e se l'è portata via. Ma una catena senza chiave non serve a molto.
Oppure l'avevo legata e il ladro, dopo averla tranciata, ha pensato che valesse più della mia bici, detta La Truce per via dei fanalini rotti e della ruggine che la corrode. Ma una catena spezzata non serve a molto.
Le fantasie su che fine potesse aver fatto la mia catena andavano dalla metallara vanitosa che se l'era messa al collo al violento di periferia che ne fece arma per uccidere.

La verità è che io non sapevo più che farmene di una bici senza catena.
Lasciarla lì, slegata e se qualcuno se la prende.
Pedalarla e non lasciarla mai.
Alla fine l'ho messa in cantina pensando: fino a quando non compro una nuova catena.

Non so se avete mai visto una bicicletta in cantina.
Col tempo le gomme si gonfiano, il sellino si impolvera e lei si piega sempre più sul cavalletto come una vecchietta che non ce la fa più.

L'ho lasciata chiusa al buio per tanto tempo, ma non l'ho mai dimenticata.
E sarà per questo che quando l'ho rivista non l'ho riconosciuta, perché me la ricordavo diversa.
Me la ricordavo bianca su un prato sotto al sole, me la ricordavo veloce in primavera e lenta d'inverno, me la ricordavo bagnata, me la ricordavo con una torta nel cestino e un'amica sul portapacchi.
E solo allora mi sono ricordata anche di un'altra cosa. Che la mia bici, detta La Truce, una catena non l'aveva mai avuta.

giovedì 7 aprile 2016

Finché non arriva la meteora blu

Nella notte delle quattro frecce cadeva una pioggia insistente così che i vetri delle auto erano tutti appannati. Dita disegnavano cuori, scrivevano nomi e parole d’amore.
Dentro un curioso non avrebbe potuto guardare, perché i respiri difendevano l'abitacolo con più forza di una luce spenta. E i cuori pulsavano più dei clacson di chi aveva fretta di passare.
La città era tutta un’intermittenza. Una sincope di luci arancioni, fanali ammiccanti in seconda fila fin oltre l’ora in cui i semafori danno la buona notte al rosso e al verde e a vegliare resta solo il giallo che si spegne e s’accende.
In qualunque via, senso unico o viale alberato, le auto si erano fermate un secondo di più, gli amanti avevano una cosa da dirsi, l’ultima, una cosa importante.
Ma poi cadeva il silenzio, cadevano gli sguardi. Così il secondo diventava un infinito minuto e pian piano intorno aumentavano di quattro in quattro le frecce lampeggianti.

Era uno strano fenomeno. Visto dall’universo sarebbe sembrato un gigante falò. E in effetti le strade bruciavano, le auto a motore spento si surriscaldavano. Partivano le sciarpe, partivano i giacconi. Partivano i maglioni. Partivano i baci.
Qualcuno cancellò la condensa dal finestrino con la mano e si sorprese nel vedere di non essere solo. Abbracciate le coppie guardavano la città intermittente come un cielo stellato. 



E poi successe. Da questo cielo in terra cadde una stella. Una stella blu, lampeggiante, meteora veloce, razzo. Scosse il silenzio, risuonò di paura, gridò: <<il tempo è finito!>>

Allora le portiere si aprirono, i finestrini si spannarono, i motori si accesero, le quattro frecce si spensero, le auto partirono e le strade rimasero vuote.

lunedì 4 gennaio 2016

Il giorno del Kazakistan

Io 7 ore di coda per vedere il padiglione del Kazakistan durante Expo non le ho fatte. Ne ho passate però 23 nel paese stesso, bloccata su un autobus surriscaldato e con "i finestrini così sporchi da non permettervi di vedere praticamente nulla del paesaggio" - Lonely Planet dixit.


È il 26 dicembre 2015. Partiamo da Bishkek alle 20 e dopo un'ora siamo al confine col Kazakistan. Superati pazientemente i controlli, risaliamo in autobus e ci sistemiamo per dormire. Arriveremo domani mattina.
A un certo punto succede che l'autobus si fermi e apra le porte. È notte e ci ritroviamo in un luogo lunare, fatto di dune di pietra e illuminato da quell'altra luna, quella piena che sta in cielo. Soffia un vento gelido e fortissimo. Vorrei esplorare questo posto, ma resto vicina all'autobus per paura di rimanere da sola nel buio e nel silenzio. È un minuto che vale tutto il viaggio.
I passeggeri tornano a bordo, si riparte, ma non faccio tempo a prendere sonno che ci fermiamo di nuovo, questa volta in coda a una coda di autobus e camion. Non riesco più a dormire. Mi viene anche la paura dei predoni e dei rapitori d'uomini e dei venditori d'organi. Non chiudo occhio. Aspetto solo che ci si muova. Aspetto finché il cielo piano piano diventa chiaro.
Si fa giorno. Siamo fermi, fermi, fermi. Uno dice che il vento ha ghiacciato le strade e non si può andare avanti. Un altro che ci vorranno tre giorni prima che il ghiaccio si sciolga. Forse ci saremmo dovuti portare dietro più acqua. Da mangiare abbiamo due banane, dei biscotti e un pacchetto di caramelle. L'autista pensa bene di prendere l'autostrada contromano per tornare da dove siamo venuti, in Kirghizistan. I passeggeri si ribellano. L'autista fa dietrofront e si rimette in coda, perdendo quei cinque metri che aveva guadagnato durante le ore della notte.
Scendo dall'autobus per prendere aria (che sa di gas di scarico visto che nessuno spegne il motore) e fare pipì dietro un arbusto spoglio. 


Fa un freddo secco che dà alla testa. Mi porto ai margini della strada e mi guardo intorno. Intorno, il deserto ghiacciato. Una terra piena di niente.



Quando dopo 13 ore di immobilità l'autobus riprende la marcia, saliamo su un altopiano dove troviamo segni di civiltà. Un'auto è uscita di strada ed è bloccata nella neve. Cinque uomini spalano e spingono. Ma solo la primavera, se questa terra la conosce, potrà liberarla. Tre bambini fanno le capriole sulla neve, poi corrono in casa chiamati dalla mamma. 


Il viaggio prosegue senza ulteriori intoppi. Ci fermiamo a un magazin per far rifornimento d'acqua e cibo. Le forme di pane passano di mano in mano, dai posti davanti a quelli in fondo, facendosi sempre più piccole. Ci sono dei bambini che viaggiano con noi. Per tutto il tempo sono stati silenziosi, pazienti, come i grandi. Nessuno si è lamentato del ritardo. La gente dorme stanca. Alcuni ridacchiano. Solo quando ci dicono che per arrivare al confine dobbiamo pagare più soldi una ragazza alza la voce. Ma a parte questo tutti pagano. E prima del confine carichiamo a bordo un uomo e una donna che possono cambiare la valuta. Nei loro sacchetti di plastica ne hanno quanta ne vogliamo.
È in questo momento che scopriamo che in Uzbekistan la banconota più utilizzata è quella da 1000 Som. Pari a 20 centesimi di Euro. Così ci troviamo con 10 mazzette da 100.000 Som. Si usa così. Il portafogli è assolutamente inutile. Le buttiamo nello zaino come fossero pacchi di fazzoletti. Col tempo ci abitueremo alla gente che va in giro con i soldi nei sacchetti della spesa e impareremo a contarli velocemente. Ma per adesso ci guardiamo allibiti e contiamo da uno a centomila controllando che non ci siano pezzi da 500 tra quelli da 1000.

Dopo 24 ore al posto di 12 è ora di scendere dall'autobus. Sono le 20 di sera del 27 dicembre. Saremmo dovuti arrivare a Shymkent alle 7 del mattino. Le gambe fanno male. Troppo tempo seduti. Trasciniamo il trolley sulla ghiaia e nel fango. Superiamo il confine kazako e arriviamo a quello uzbeko. Qui uomini in divisa con colbacco e mitra mettono gli uomini in fila, fanno passare avanti le donne. Urlano e spintonano. Non importa se giovani o vecchi, tutti sono trattati allo stesso modo. Male. Le guardie mantengono un ordine che comunque non c'è. Ci sono migliaia di persone che vogliono passare dall'altra parte. Migliaia di persone cariche di bagagli tenuti insieme col nastro adesivo. C'è odore di roba indefinibile marcescente. 
Dopo una prima coda ce n'è una seconda. Controllo passaporto. Dopo la seconda ce n'è un'altra. Siamo tutti schiacciati tra una porta e un cancello. Tra una valigia e una spalla. Per andare avanti bisogna spingere. Dimenticarsi delle buone maniere e spingere come fanno tutti, sperando che non ci dividano. In coda facciamo amicizia con due ragazzi che erano sull'autobus con noi. Una spinta dopo l'altra, arriviamo alla fine di questa coda. E ne inizia un'altra. Controllo bagagli. Altra coda. Controllo valuta contante. Un'altra coda per un altro controllo bagagli. L'ultima coda. Controllo passaporto. 
Siamo fuori. Anzi siamo dentro. Siamo in Uzbekistan.




giovedì 15 ottobre 2015

È colpa di Maria Isabel

Anche se oggi non si va a scuola, Maria Isabel non vuole alzarsi dal letto.
La mamma perde lo zen, questa è una giornata importante, bisogna vestirsi bene, pettinarsi bene e soprattutto essere puntuali.
È una lotta. Maria contro la calzamaglia, Maria contro la gonna, Maria contro la spazzola, Maria contro la tazza di cereali. Gli strilli di Maria contro quelli di sua mamma a cui si aggiungono quelli del papà. Ascensore, garage, tutti in macchina diretti al centro di collocamento. Dopo pochi minuti torna il silenzio, ma il nervosismo non si placa. Sbagliano strada, non trovano parcheggio e quando lo trovano Maria ammacca la portiera contro un muretto. 
- Maria Isabel!
- Hai parcheggiato troppo vicino.
- Potevi scendere dall'altra parte!
- Hai preso le fototessere?
- Le fototessere? Va beh, non saremo mica gli unici, saranno attrezzati per quelli come noi.
Infatti, all’ingresso del palazzo ci sono due cabine per le foto.
- Hai moneta?
- No.
- Non dà resto.
- Va beh, metti 5 e andiamo. Sono le nove e un quarto adesso.
- È venuta male.
- Non importa, andiamo.
Seguono le frecce attraverso l’atrio del palazzo, arrivano in una sala piena di famiglie, i bambini piangono come se fossero in attesa della temutissima vaccinazione, i genitori sono tesi. 
- Hanno chiamato “Peña”? - Chiedono a una mamma.
- No, ma le bambine femmine sono in un’altra sala.
Si affrettano in formazione a triangolo: mamma e papà sulle fasce, Maria al centro tirata per le braccia.
- Pena?
Sulla porta una donna in tailleur si guarda in giro e li riconosce subito, quelli che arrivano di corsa, il padre che alza il braccio in segno di “ci siamo” e la madre che sistema la camicia alla bambina.
- Peña, è spagnolo, siamo noi.

buongiorno27

Il colloquio di pre-inserimento alle professioni si fa all’età di 12 anni. Serve a ottimizzare i posti di lavoro, a essere certi che quando il giovane sarà adulto, un adulto sarà pensionato, che non ci siano posti vacanti o troppo richiesti. La riforma a lungo termine ha spaccato l’opinione pubblica, i sondaggi davano solo il 2% favorevole, ma manifestare il proprio dissenso significava perdere il proprio posto, così a legge approvata quel 2% diventò quello dei contrari, martiri giunti all’età della pensione che sacrificarono la propria festa di pensionamento per le generazioni future.

Maria si siede con le mani infilate sotto le ginocchia. Dondola le gambe. Si guarda intorno e cerca con gli occhi i genitori che però stanno sorridendo non ricambiati alla donna in tailleur. A un certo punto a Maria viene da ridere, ma poi, come se una voce le stesse ricordando che non si fa, smette. E allora, a testa china, si accorge di essere osservata. Da destra, da sinistra e da di fronte. Soprattuto da di fronte, da quella donna pallida che assomiglia alla cuoca della colonia, quella che la costringeva a mangiare le carote bollite e le riempiva nuovamente il piatto quando le aveva finite.

- Maria cosa vuoi fare da grande?
Maria guarda la mamma, il papà, tace.
- Che lavoro vuoi fare quando sarai grande?
Un’alzata di spalle. Lei non lo sa.
- Queste sono le due fotografie formato tessera richieste. Vanno bene?
Il padre appoggia le foto sulla scrivania, poi le allunga verso la donna che le lascia lì.
- Maria Isabel vuoi rispondere alla signora? Non volevi fare la ceramista come quella del film dell’altra sera? Oppure la scrittrice come ti dice la maestra?
La voce dolce della mamma la scioglie. Si porta i capelli lisci e neri dietro le orecchie.
- Voglio aggiustare le macchine.
- Ma cosa dici?
- Voglio fare il meccanico e scambiare le gomme.
La donna in tailleur batte la risposta al computer.
- Ma no signora, aspetti, non voleva dirlo sul serio. E gli animali? Non ti piacevano gli animali?
- Oppure l’ingegnere come il papà!
- La ballerina, ci sono posti per ballerine no?
- La giornalista.
- La maestra.
- Il professore.
- Signori, state calmi. Dobbiamo considerare valida la prima risposta, tanto più che la richiesta è già stata inoltrata. Se volete cambiare risposta dovete compilare il modulo, pagare il bollettino online più il bollo di imposta e prenotare un nuovo appuntamento per un colloquio motivazionale. La prima risposta è quella che conta.
- Ma è un lavoro da uomini!
Maria tira un pugno sulla spalla della mamma, mette il broncio e gli occhi le si riempiono di lacrime.
- Hai ragione ad arrabbiarti, Maria. Anche io da piccola volevo giocare a basket, ma mi dissero che ero troppo bassa. Oggi, grazie al centro di pre-inserimento, avrei potuto essere ascoltata. Avrei iniziato a frequentare corsi, ad allenarmi e sarei diventata una giocatrice professionista. Vostra figlia è fortunata.

I Peña camminano in silenzio verso la macchina.
Sulla strada del ritorno Maria Isabel chiede se sono arrabbiati.
- No Maria, non siamo arrabbiati. Ma quand'è che ti è venuta questa idea del meccanico?
- Prima. Così da grande posso aggiustare la portiera.

venerdì 25 settembre 2015

Il pescatore di arcobaleni

In natura esistono diversi elementi che aiutano l’essere umano a orientarsi. Il sole che viaggia da est a ovest passando da sud, le ombre create dal sole, il muschio sui tronchi nei boschi, le stelle di notte, il vento per alcuni e gli arcobaleni. Già, orientarsi con gli arcobaleni è una ricetta alla portata di tutti.
Prendete il temporale una sera in città.
Lasciate che spiova.
Guardate le nuvole grevi spostarsi più in là.
Appoggiate delicati l’occhio sulla luce che indora le case, le foglie, le rotaie del tram.
Perdete l’equilibrio perdendovi col naso all’insù.
E laggiù, dove il cielo si apre,
dove scoppia la scatola dei colori,
è il west.


Eliseo era un pescatore di arcobaleni nato. Quando davano pioggia, si infilava gli stivali, la cerata grande di suo padre, il sud-ovest e aspettava che le prime gocce battessero sui vetri per uscire. Viveva in campagna e il sentiero che seguiva era un misto di fango e di sassi rotondi. Nessuno sapeva dove andava perché nessuno aveva mai avuto voglia di seguirlo. In caso di pioggia era meglio per tutti restarsene a casa.
Eliseo camminava per cinquanta minuti nella campagna battuta dalla pioggia fino ad arrivare a un immenso pozzo, largo ma poco profondo. Si sedeva su un masso lì a fianco e aspettava che il temporale si stancasse. A quel punto entrava nel pozzo, l'acqua gli arrivava sopra o sotto il ginocchio a seconda della volta, a tentoni cercava il tappo che stava sul fondo e nell'attimo in cui il raggio di sole colpiva la goccia e nasceva l'arcobaleno, stappava il pozzo e in un gorgo finivano l'acqua e i colori tutti.
Dove finissero esattamente neanche Eliseo lo sapeva, ma così, a fantasia, pensava finissero sotto terra.
Aila Saviano Buongiorno27


Il terreno di famiglia era vasto e le braccia da coordinare molte. Il padre di Eliseo era un uomo giusto che rispettava la terra e le persone che lavoravano per lui. Un giorno che il cielo andava coprendosi e la terra a incupirsi, disse ai suoi di rientrare. Lui restò solo in mezzo al campo ché della pioggia, un po' come al figlio, poco importava. I tuoni gli si stringevano intorno, il grano si piegava sconvolto come calpestato da una mandria al galoppo.
Il fulmine non tardò ad arrivare. 

Eliseo fu attraversato da una scossa. Si alzò dal masso per scrollarsi quel formicolio di dosso e perché comunque era quasi ora di entrare nel pozzo.
Un'ora dopo era di ritorno a casa. Sua madre aveva il volto fradicio segnato di rosso. Un pianto violento come la pioggia aveva lasciato traccia del suo passaggio, scavando profondi solchi sulla pelle, scuotendo i capelli. Le aveva gelato le mani attorno un lembo della camicia ridotto a uno straccio. L'aveva visto con i suoi occhi i suoi occhi avevano visto cosa avevano visto l'avevano visto. Balbettava un ritornello senza note.
Un vento fortissimo aveva spazzato via tutto ciò che si trovava tra lei e l'orizzonte, lasciandole solo quel cerchio bruciato in mezzo al campo di grano.

Esistono in natura esseri umani capaci di orientarsi con gli arcobaleni. Dopo un temporale sanno sempre da che parte guardare per vedere il cielo che torna. Così due giorni dopo Eliseo accompagnò sua madre e i braccianti al pozzo, ciascuno portava alla terra un pugno di cenere bagnata. Scavarono tutti ed Eliseo scoprì che aveva ragione. I colori che aveva raccolto negli anni erano ancora lì e temporale sì temporale no avrebbe sempre saputo dove ripescarli.



martedì 15 settembre 2015

Lo zio Nando

Lo zio Nando veniva dal sud.
La famiglia di suo fratello aveva risalito la penisola quindici anni prima e da allora si erano sentiti solo per telefono in occasione delle feste comandate, per scambiarsi le condoglianze in due casi di decesso e per un numero indefinito di felicitazioni per matrimoni, nascite e battesimi. 
Lo zio Nando raggiunse il resto della famiglia nell’estate dell’81, aveva 75 anni portati bene e una pancia importante. In quel frangente, una serie di eventi fece sì che la sua fama precedette, seppur per poche ore, la sua pancia.
Allo svincolo che portava dall’autostrada alla litoranea, una donna porse al marito un panino che gli andò di traverso e lo fece tossire a tal punto che l’uomo perse il controllo della macchina e causò un incidente di portata mastodontica. Nessun morto. Qualche ferito, molti contusi e una coda lunga ore e chilometri.
Risalendo la coda, in una Fiat Panda nuova fiammante, lo zio Nando, suo fratello, la moglie di suo fratello e l’indemoniato Michelino pativano il caldo e i capricci della radio che proprio non voleva saperne di sintonizzarsi su una qualunque frequenza.
Lo zio Nando, dopo aver brontolato per una buona mezz’ora che avrebbe fatto meglio stare a casa sua per altri quindici anni, che cosa gli era venuto in mente di andare al mare una volta che aveva deciso di vedere la città, non capendo se gli costasse più fatica star lì seduto o scendere dall’auto, si decise a un certo punto a uscire a sgranchirsi le gambe. Nonostante la sua indole oziosa, pensò di poter far qualcosa per l’antenna. Ma per quanto si aggrappasse, girasse, allungasse, la radio continuava a emettere i suoi fastidiosi ronzii.
Incolonnata dietro di loro c’era un’altra famiglia. La mamma aveva appena srotolato dalla carta stagnola una fetta di crostata e allo zio Nando venne un’idea. 
- Mi scusi, le serve la carta?
- No, la butto.
- Posso averla?
- È tutta sporca.
- Non importa.
- Se è contento lei.
- Sarò contento quando sarò riuscito a far funzionare la radio.
- Allora poi faccia contento anche me! - La voce proveniva da un’altra macchina. - Anche la nostra non prende. 
- Se funziona e se trova dell’altra stagnola dopo vengo da lei.
Lo zio Nando si ingegnò e costruì una protesi all’antenna. Si allontanò dalla Panda di famiglia e andò da quell’altro. Mentre montava il suo marchingegno, i due scoprirono di avere una conoscenza in comune. Quello dell’auto di fianco disse che lo conosceva anche lui, erano andati a scuola insieme.
- L’avvocato è un grand’uomo.
- Avvocato? Chi è avvocato? - Una donna si sporse dal finestrino e fece cenno allo zio Nando di avvicinarsi.
- Ho una questione con mio marito. Divorziamo.
- Ah, lei è il diavolo! - Un prete che viaggiava su un pulmino insieme ai ragazzi dell’oratorio doveva dire la sua. La donna imbufalita scese dall’auto, aprì il bagagliaio e tirò fuori un cartello brandendolo di fronte al parabrezza del prete. “L’utero è mio e lo gestisco io”.  Non c’entrava niente in quella conversazione, ma era giusto per rimarcare i rispettivi territori. A me il femminismo, a te la chiesa.
Così lo zio Nando, da un finestrino all’altro, conobbe tutti quelli che quel giorno erano incolonnati per andare al mare. Cinquanta macchine davanti alla Panda e cinquanta macchine dietro contribuirono alla nuova fama del Nando, l’antennista, l’amico dell’avvocato, l’avvocato del diavolo, il paninaro, l’arrotino e chi più ne ha più ne metta.
Aila Saviano Buongiorno 27

Non si sa come, ma c’era da prevederlo, la coda finalmente si mosse. L’aria tornò a infilarsi nei finestrini, la gente salutava lo zio Nando dandogli appuntamento al bar, quello vicino al porto. Successe però che tra tutte quelle macchine che prendevano l’abbrivo lo zio Nando perse la Fiat Panda nuova fiammante, si guardò intorno, smarrito, e restò lì per sempre.

Io lo zio Nando non l'ho mai conosciuto. Mia mamma era incinta di me quando accadde il fatto. Ma tutte le volte che ripercorro quell'autostrada me lo immagino ancora in quel punto, attaccato a una radiolina con una lunghissima antenna di carta stagnola, tutto preso a brontolare che avrebbe fatto meglio a rimanere al sud.


giovedì 6 agosto 2015

Chiamate un dottore

Sedute una di fronte all'altra, dottoressa e paziente aspettavano che l'altra iniziasse a parlare per prima.
Il cosiddetto silenzio di tomba fu rotto dal "mi dica" di rito.
- Mi dica.
- Dottoressa...
- Eh.
Quell'"eh", scocciato, accaldato, distratto, riportò il dialogo allo stadio iniziale. Allo zero, al vuoto assoluto, alla tabula rasa. Di nuovo fu la dottoressa a prendere la parola.
- È la prima volta che la vedo. Vogliamo fare un'anamnesi?
- Se vuole, se devo.
- È prassi. Altrimenti mi dica quello che deve dirmi. Le fa male qualcosa?
- No.
- Ha bisogno di una ricetta?
- No.
- Ha bisogno di compagnia?
- No, sono sposata.
- Suo marito la picchia?
- No.
- Problemi sessuali?
- No, affatto.
- Turbe psichiche? Ha bisogno per sé o per dei familiari di psicofarmaci?
- No, credo di no.
- Perché è venuta da me?
- ...
- Senta, sono le 19. Di là stanno aspettando almeno altre 5 persone, anziane. Lei è giovane e forse non si rende conto che questo è il luglio più caldo della storia, svuoto una tanica da 12 litri d'acqua del condizionatore al giorno e io sto perdendo la pazienza. Ne sento di ogni tutti i giorni. Mi dica, ha qualche morbo imbarazzante? Le zecche, la candida, l'hiv, vuole abortire?
- Mi scusi. Ha ragione, stavo cercando le parole.
- Faccia un respiro profondo.
La paziente abbassò gli occhi e cominciò a parlare.
- Ogni volta che prendo il tram 12 succede una cosa molta brutta. Per questo ho voluto vederla oggi, anche se in realtà non ho niente. Per avvertirla. Ogni volta che prendo il tram 12 è perché sono stata all'Ufficio Scelta e Revoca dell'ASL e ogni volta che vado all'Ufficio Scelta e Revoca il medico che scelgo...
Si sentiva solo il tic-tic della penna a scatto che la dottoressa teneva in mano. E con un po' di attenzione, si poteva ascoltare anche un cuore impazzito. Era quello della paziente che rimbombava nei suoi timpani. Per zittirlo, riprese il discorso.
- Il primo se n'è andato a maggio di quattro anni fa. L'ultimo il mese scorso. E nel mezzo altri tre o quattro hanno fatto la stessa fine. Giuro di non aver mai visto nessuno di questi dottori in faccia perché io li sceglievo, ma non avevo mai bisogno di loro, stavo bene. E poi arrivava quella lettera: "Siamo spiacenti di comunicarle che il suo medico di base è deceduto." La prima volta, la seconda... ammetto che ci vedevo dell'ironia. E poi la terza, la quarta, la quinta vittima. Ecco solo per avvertirla che di recente ho preso il tram 12 dopo aver scelto lei.
La dottoressa sbigottita faceva tanto d'occhi e restava a bocca aperta.
- Dottoressa?
Silenzio di tomba.
- Dottoressa?
Uscì dallo studio e con la calma che solo un killer può avere disse di chiamare un dottore.