venerdì 5 agosto 2016

Mi han rubato la catena

Una volta mi han rubato la catena della bici. Una buona catena, di quelle robuste.
Non capivo come fosse stato possibile.
Forse mi ero dimenticata di legare la bici, la catena era rimasta arrotolata intorno al sellino e qualcuno, vedendola con le sue belle maglie sciolte, l'ha presa e se l'è portata via. Ma una catena senza chiave non serve a molto.
Oppure l'avevo legata e il ladro, dopo averla tranciata, ha pensato che valesse più della mia bici, detta La Truce per via dei fanalini rotti e della ruggine che la corrode. Ma una catena spezzata non serve a molto.
Le fantasie su che fine potesse aver fatto la mia catena andavano dalla metallara vanitosa che se l'era messa al collo al violento di periferia che ne fece arma per uccidere.

La verità è che io non sapevo più che farmene di una bici senza catena.
Lasciarla lì, slegata e se qualcuno se la prende.
Pedalarla e non lasciarla mai.
Alla fine l'ho messa in cantina pensando: fino a quando non compro una nuova catena.

Non so se avete mai visto una bicicletta in cantina.
Col tempo le gomme si gonfiano, il sellino si impolvera e lei si piega sempre più sul cavalletto come una vecchietta che non ce la fa più.

L'ho lasciata chiusa al buio per tanto tempo, ma non l'ho mai dimenticata.
E sarà per questo che quando l'ho rivista non l'ho riconosciuta, perché me la ricordavo diversa.
Me la ricordavo bianca su un prato sotto al sole, me la ricordavo veloce in primavera e lenta d'inverno, me la ricordavo bagnata, me la ricordavo con una torta nel cestino e un'amica sul portapacchi.
E solo allora mi sono ricordata anche di un'altra cosa. Che la mia bici, detta La Truce, una catena non l'aveva mai avuta.

giovedì 7 aprile 2016

Finché non arriva la meteora blu

Nella notte delle quattro frecce cadeva una pioggia insistente così che i vetri delle auto erano tutti appannati. Dita disegnavano cuori, scrivevano nomi e parole d’amore.
Dentro un curioso non avrebbe potuto guardare, perché i respiri difendevano l'abitacolo con più forza di una luce spenta. E i cuori pulsavano più dei clacson di chi aveva fretta di passare.
La città era tutta un’intermittenza. Una sincope di luci arancioni, fanali ammiccanti in seconda fila fin oltre l’ora in cui i semafori danno la buona notte al rosso e al verde e a vegliare resta solo il giallo che si spegne e s’accende.
In qualunque via, senso unico o viale alberato, le auto si erano fermate un secondo di più, gli amanti avevano una cosa da dirsi, l’ultima, una cosa importante.
Ma poi cadeva il silenzio, cadevano gli sguardi. Così il secondo diventava un infinito minuto e pian piano intorno aumentavano di quattro in quattro le frecce lampeggianti.

Era uno strano fenomeno. Visto dall’universo sarebbe sembrato un gigante falò. E in effetti le strade bruciavano, le auto a motore spento si surriscaldavano. Partivano le sciarpe, partivano i giacconi. Partivano i maglioni. Partivano i baci.
Qualcuno cancellò la condensa dal finestrino con la mano e si sorprese nel vedere di non essere solo. Abbracciate le coppie guardavano la città intermittente come un cielo stellato. 



E poi successe. Da questo cielo in terra cadde una stella. Una stella blu, lampeggiante, meteora veloce, razzo. Scosse il silenzio, risuonò di paura, gridò: <<il tempo è finito!>>

Allora le portiere si aprirono, i finestrini si spannarono, i motori si accesero, le quattro frecce si spensero, le auto partirono e le strade rimasero vuote.

lunedì 4 gennaio 2016

Il giorno del Kazakistan

Io 7 ore di coda per vedere il padiglione del Kazakistan durante Expo non le ho fatte. Ne ho passate però 23 nel paese stesso, bloccata su un autobus surriscaldato e con "i finestrini così sporchi da non permettervi di vedere praticamente nulla del paesaggio" - Lonely Planet dixit.


È il 26 dicembre 2015. Partiamo da Bishkek alle 20 e dopo un'ora siamo al confine col Kazakistan. Superati pazientemente i controlli, risaliamo in autobus e ci sistemiamo per dormire. Arriveremo domani mattina.
A un certo punto succede che l'autobus si fermi e apra le porte. È notte e ci ritroviamo in un luogo lunare, fatto di dune di pietra e illuminato da quell'altra luna, quella piena che sta in cielo. Soffia un vento gelido e fortissimo. Vorrei esplorare questo posto, ma resto vicina all'autobus per paura di rimanere da sola nel buio e nel silenzio. È un minuto che vale tutto il viaggio.
I passeggeri tornano a bordo, si riparte, ma non faccio tempo a prendere sonno che ci fermiamo di nuovo, questa volta in coda a una coda di autobus e camion. Non riesco più a dormire. Mi viene anche la paura dei predoni e dei rapitori d'uomini e dei venditori d'organi. Non chiudo occhio. Aspetto solo che ci si muova. Aspetto finché il cielo piano piano diventa chiaro.
Si fa giorno. Siamo fermi, fermi, fermi. Uno dice che il vento ha ghiacciato le strade e non si può andare avanti. Un altro che ci vorranno tre giorni prima che il ghiaccio si sciolga. Forse ci saremmo dovuti portare dietro più acqua. Da mangiare abbiamo due banane, dei biscotti e un pacchetto di caramelle. L'autista pensa bene di prendere l'autostrada contromano per tornare da dove siamo venuti, in Kirghizistan. I passeggeri si ribellano. L'autista fa dietrofront e si rimette in coda, perdendo quei cinque metri che aveva guadagnato durante le ore della notte.
Scendo dall'autobus per prendere aria (che sa di gas di scarico visto che nessuno spegne il motore) e fare pipì dietro un arbusto spoglio. 


Fa un freddo secco che dà alla testa. Mi porto ai margini della strada e mi guardo intorno. Intorno, il deserto ghiacciato. Una terra piena di niente.



Quando dopo 13 ore di immobilità l'autobus riprende la marcia, saliamo su un altopiano dove troviamo segni di civiltà. Un'auto è uscita di strada ed è bloccata nella neve. Cinque uomini spalano e spingono. Ma solo la primavera, se questa terra la conosce, potrà liberarla. Tre bambini fanno le capriole sulla neve, poi corrono in casa chiamati dalla mamma. 


Il viaggio prosegue senza ulteriori intoppi. Ci fermiamo a un magazin per far rifornimento d'acqua e cibo. Le forme di pane passano di mano in mano, dai posti davanti a quelli in fondo, facendosi sempre più piccole. Ci sono dei bambini che viaggiano con noi. Per tutto il tempo sono stati silenziosi, pazienti, come i grandi. Nessuno si è lamentato del ritardo. La gente dorme stanca. Alcuni ridacchiano. Solo quando ci dicono che per arrivare al confine dobbiamo pagare più soldi una ragazza alza la voce. Ma a parte questo tutti pagano. E prima del confine carichiamo a bordo un uomo e una donna che possono cambiare la valuta. Nei loro sacchetti di plastica ne hanno quanta ne vogliamo.
È in questo momento che scopriamo che in Uzbekistan la banconota più utilizzata è quella da 1000 Som. Pari a 20 centesimi di Euro. Così ci troviamo con 10 mazzette da 100.000 Som. Si usa così. Il portafogli è assolutamente inutile. Le buttiamo nello zaino come fossero pacchi di fazzoletti. Col tempo ci abitueremo alla gente che va in giro con i soldi nei sacchetti della spesa e impareremo a contarli velocemente. Ma per adesso ci guardiamo allibiti e contiamo da uno a centomila controllando che non ci siano pezzi da 500 tra quelli da 1000.

Dopo 24 ore al posto di 12 è ora di scendere dall'autobus. Sono le 20 di sera del 27 dicembre. Saremmo dovuti arrivare a Shymkent alle 7 del mattino. Le gambe fanno male. Troppo tempo seduti. Trasciniamo il trolley sulla ghiaia e nel fango. Superiamo il confine kazako e arriviamo a quello uzbeko. Qui uomini in divisa con colbacco e mitra mettono gli uomini in fila, fanno passare avanti le donne. Urlano e spintonano. Non importa se giovani o vecchi, tutti sono trattati allo stesso modo. Male. Le guardie mantengono un ordine che comunque non c'è. Ci sono migliaia di persone che vogliono passare dall'altra parte. Migliaia di persone cariche di bagagli tenuti insieme col nastro adesivo. C'è odore di roba indefinibile marcescente. 
Dopo una prima coda ce n'è una seconda. Controllo passaporto. Dopo la seconda ce n'è un'altra. Siamo tutti schiacciati tra una porta e un cancello. Tra una valigia e una spalla. Per andare avanti bisogna spingere. Dimenticarsi delle buone maniere e spingere come fanno tutti, sperando che non ci dividano. In coda facciamo amicizia con due ragazzi che erano sull'autobus con noi. Una spinta dopo l'altra, arriviamo alla fine di questa coda. E ne inizia un'altra. Controllo bagagli. Altra coda. Controllo valuta contante. Un'altra coda per un altro controllo bagagli. L'ultima coda. Controllo passaporto. 
Siamo fuori. Anzi siamo dentro. Siamo in Uzbekistan.