mercoledì 1 luglio 2015

Storia della donna e dell'uomo che le insegnò a parcheggiare

Caro tu,
mi ricordo di un sentiero che ci ha portato molto in alto, attraverso arbusti spinosi che ci hanno graffiato le gambe.
Mi ricordo che hai composto una canzone per me, ma gli accordi, quelli non li ricordo.
Mi ricordo che litigavamo un sacco e che una volta ti ho lanciato una scarpa verde.
Mi hai costretta a fare parapendio. Ti ho odiato per questo e per questo ti ringrazio, perché me lo ricorderò per sempre.
E in ordine sparso fanno la loro apparizione nella mia memoria: i fuochi d'artificio, l'Inter di Mourinho, una bottiglia che, caduta dall'ottavo piano, non si è rotta, due etti di prosciutto cotto nascosti nel freezer del supermercato, un tizio che si è servito del nostro pranzo sul treno, le temibili sarde di Stoccolma e un odore micidiale di frizione bruciata.
Tutti questi amarcord sono palline rimbalzine che bussano all'ippocampo, passano a fare un saluto, anche io sono sempre felice di vedervi, ci sentiamo, quando volete sono qua. Ma tra queste palline ce n'è una che ha una frequenza di rimbalzo maggiore.

Caro tu,
potrei ricordarti come colui che mi ha aperto il cocco,
il mago che dalla moka tirava fuori nu babà,
potrei ricordarti come il mister che portò l'Avellino in serie A,
il licantropo che impazziva nelle notti di barba lunga.

E invece,
come te nessuno mai mi ha insegnato a parcheggiare in un'unica manovra,
freccia a destra freno folle frizione retro sterza controsterza
senza cin cin con l'auto di dietro. Da manuale, da complimenti.

Se non fosse stato per te, la mia vita sarebbe ancora parcheggiata lì dove ci siamo lasciati, arresa in una posizione scomoda, con le quattro frecce in seconda fila.

Nessun commento:

Posta un commento