mercoledì 1 luglio 2015

Arturo Otto

Per allevare ragni serve solo una cosa. Essere soli. Tremendamente soli. Mostruosamente irreparabilmente implacabilmente soli. Data questa premessa, facciamo le dovute presentazioni.
Adele ha un vestito blu a fiori e sembra una caramella. Ha le guance rosa e paffute, ma non è grassa, diciamo piuttosto rotundilinea. Nelle forme, nello sguardo, nella voce è un pouf di morbidezza. In quello che fa, di dolcezza. Sorride spesso e parla poco e quando lo fa diventa rossa. Adele ha i capelli lunghi e biondi che al tramonto prendono i riflessi del bronzo.
Ed è proprio durante uno di quei lunghi tramonti estivi, di quelli che se anche sei in città e guardi il cielo ti sembra di essere al mare, in cui le nuvole diventano lunghi ciuffi color albicocca, che il piccoletto le si parò davanti calando dall'alto.
- Ciao - gli fece lei. 
Ma lui non rispose. Rimase ancora qualche secondo a penzolare e poi si ritirò su, per poi spostarsi nell'angolo della finestra.
- Così abiti qui, mostriciattolo? - Adele chiese il permesso per curiosare in casa sua. La tela era bianca e sottile. Grande come un palmo di mano.
- Per me puoi restare.
Da allora gli dava il buongiorno la mattina e il buona sera la sera. Stava a fissare le sue zampette e si compiaceva nel vederlo aumentare di peso.
- Sarai un grammo tondo tondo adesso!
E anche la sua casa si allargava sempre di più, più fitti i fili, più in qua e più in là, la tela era diventata quattro volte più grande.
Un giorno ad Adele scappò di chiamarlo Arturo. Lui, che mai prima le aveva risposto, sollevò una, due, tre e poi quattro, cinque e sei e infine sette e otto, tutte le sue zampe in segno di saluto.
- Arturo Otto? Molto piacere.
Incoraggiato da tanta confidenza, Arturo le mostrò una zona nascosta della tela. Qui stava la sua bella. Un ragno così sottile da risultare trasparente.
- La signora Otto? - gli chiese. 
Soffiò delicatamente per salutarla, ma Arturo si parò davanti alla sua dama. Passata la bufera, Arturo si spostò e solo allora Adele capì che la signora Otto non era altro che uno scheletro in fibra di ragno.
- Doveva essere una bella signora, la tua signora. Ti manca?
Gli mancava eccome. Arturo si ostinava a portarle i bocconi più succulenti, a mettere in ordine i suoi otto calzini come lei gli aveva insegnato, a rassettare la tela dopo cena.
- Arturo, capisco che le vuoi ancora bene, ma devi proprio vivere con un cadavere in casa?
Lui parve rispondere: la mia casa è una gogna e un cimitero, se non te ne fossi ancora accorta.
Ah già.
Seguirono giorni di lutto. Adele non sapeva bene cosa dirgli e lui non sapeva bene come uscirne.

Successe un giorno. Arturo tornava da un viaggio, era andato a esplorare nuovi anfratti per cambiare aria e cambiare vita, ma non è facile per un ragno. Le scope e i fobici sono sempre dietro l'angolo. Così rincasò, pensieroso come quando era partito.
Cosa poteva essere cambiato in così poche ore? Il massimo che poteva sperare era che uno sciame di moscerini fosse passato di lì, così da imbastire una bella grigliata per la sera. E invece. 
Cento piccoli ragnetti accolsero il papà sulla porta di casa. Le uova deposte si erano schiuse.
E la mamma? La mamma se l'era portata via un calabrone che volava di fretta. O almeno questa è la storia che Adele racconta agli Otto junior prima di andare a letto.



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