lunedì 25 maggio 2015

La madre dell'ex

La cosa più temibile di un ex, se siete state voi a lasciarlo, è sua madre.
La madre dell’ex è astiosa e nutre nei vostri confronti un desiderio di vendetta. Il dolore che vi vuole inferire è come la sciabolata di un tentacolo di medusa, ustionante, imprevedibile, soffocante.
La madre dell’ex, da dolce neomamma adottiva, si può trasformare in un perfido De Sade.
Sarebbe bello se il combattimento avvenisse a mani nude e nel fango, col figlio che piange ai bordi del ring non sapendo per chi tifare.
Ma le mosse della madre dell’ex si svolgono nell’ombra, quando il figlio non può fermarla e voi non ve lo aspettate.
Lei usa l’arma degli scrittori. Un’affilatissima penna che vi punge con la punta nel profondo. Vi pizzica, vi dice tutte le cose che ha sempre pensato, ma che per amore dell’amore del figlio non vi ha mai detto. Anni di parole taciute a cui voi non potete che rispondere con un intelligente silenzio. Un silenzio che va oltre quello che dividerà voi dal vostro ex, perché l’ex può perdonare, la madre mai.
Così quando la maturità vincerà sulle motivazioni, quando tornerete a parlare con lui come a un amico, resterà un’ombra, minacciosa, che non saprete se e come affrontare.
E la soluzione è proprio qui. Lei non va affrontata come un nemico in uno scontro, ma avvicinata come una nuvola o un mulino a vento. Salutata, sorrisa, apparirle disarmate e innocue. Questo bisogna.
E la madre dell’ex, vedendovi al fianco del figliolo, dopo un attimo di terrore si accorgerà che il suo cucciolo batuffolo non sanguina, né ha ferite da leccare, e solo allora farà un passo avanti, un altro ancora e un altro verso di voi, chiederà come state e tutto andrà miracolosamente bene.

Con questa alzo le mani e ringrazio chi ha reso possibile questa storia, un amico, una rockstar e sua madre.

giovedì 23 aprile 2015

Scritto per l'aria

Si accorse di avere un problema quando, tra tutti i suoi libri, non riuscì più a trovare l’uscita di casa. Il problema non era tanto uscire per uscire, quanto uscire per andare a comprare un nuovo romanzo. Viveva ormai da anni come un tarlo nel legno, divorando pagine su pagine, dormendo su copertine rigide, strisciando per spostarsi e cantando quando voleva sentire una voce che non fosse quella degli scrittori. Ma poiché non aveva niente da dire in più rispetto a loro, si limitava a far risuonare le vocali nello spazio stretto che si era concessa. Nell’ultimo periodo aveva scoperto le diplofonie che riuscivano a distrarla dalla lettura anche per dieci minuti di seguito. Nessuno dei vicini poteva sentirla perché l’accumulo di libri aveva insonorizzato l’appartamento.
Fino a qualche settimana prima poteva ancora acquistare libri online, ma poi aveva perso il caricabatteria del portatile da qualche parte e adesso si trovava nella scomoda situazione di dover uscire di casa per andare a fare rifornimento. Non poteva dire da quanto tempo stesse cercando l’uscita. La luce del sole aveva smesso di filtrare dalle finestre ormai da mesi e lei girava come in miniera con una torcia sulla fronte, scavando cunicoli tra i libri. A un certo punto iniziò a mancarle l’aria, ma non perché fosse stata assorbita tutta dai libri, ma perché aveva bisogno di leggere. Provò ad aprire pagine di libri già letti, ma le parole erano state già assimilate e a tal punto consumate che non potevano più saziarla. Come la terra per la pianta che col tempo perde tutte le sostanze e i minerali, così quelle pagine per lei erano prive di nutrimento. E più si affaticava a cercare l’uscita, più consumava le poche energie che le rimanevano e più si perdeva in quel mare di libri e più non si rendeva conto che l’unica porta da aprire era il cappuccio di quella penna biro.
Se solo l’avesse levato, se solo avesse poggiato la punta della penna su un foglio, l’inchiostro avrebbe iniziato a scorrere in nuove parole, dissetanti, golose, dolcissime o amare, del sapore di cui più aveva voglia in quel momento.
Aila Saviano

martedì 10 marzo 2015

Si prèga di spègnere i telèfoni cellulari

Buio in sala. Strusciare di giacche. Timidi colpi di tosse. È quasi silenzio in platea. Poi una voce baritonale che ha qualcosa della divinità, in questa assenza di luce, in questa attesa sospesa, parla.
Si prèga di spègnere i telèfoni cellulari.

Tutte le volte mi chiedo: possibile che ci sia bisogno di ricordarlo? Possibile che la gente non lo faccia in automatico come allacciarsi la cintura appena sale in macchina? Come salutare quando si torna a casa dopo una giornata di lavoro o chiudere gli occhi quando starnutiamo? Possibile. 
Questa voce, che apre tutte le "e" che noi milanesi chiudiamo, parla agli sbadati, quelli che perdono il cellulare in una tasca, quelli che dicono ora lo faccioehi ciao anche tu qui? quelli che meglio una volta in più che una in meno. Loro non lo fanno apposta, ciccini. Sono fatti così. La voce li conosce e gli dà quel minuto in più per permettergli di correggersi, senza giudicarli.
Ma poi ci sono quegli altri. Quelli che pensano che mettere il silenzioso uguale spegnere il cellulare. Così posso controllare l’ora e organizzarmi per il dopo spettacolo. Eh no, scusate ma io sono intransigente. Silenzioso uguale cellulare spento solo se lo tieni in tasca o sepolto nella borsa. Se lo tieni sotto mano e ogni due per tre lo guardi, la tua faccina si illumina di una luce fantasma e dal palco si vede. Ti sembra carino? Ochei, puoi avere un parente che sta male o una moglie partoriente. Fine della casistica che contemplo e giustifico. Se non vedi l’ora di uscire da teatro, non entrare. Se lo spettacolo ti fa schifo, alzati e vattene. L’attore se ne avrà a male, ma almeno gli avrai comunicato una cosa chiara e non un generico disinteresse.
Poi ci sono dei casi estremi. Come quella volta al cinema che un telefono ha squillato, una donna ha risposto e a voce normale, come se fosse nel salotto di casa sua, ha detto che stava vedendo un film, che non era male, che sua mamma stava meglio, e tua figlia come sta, no figurati non mi stai disturbando eccetera eccetera. Finalmente mette giù e riferisce al marito che la Carla li ha invitati a cena venerdì. Che dire? Che fare? Che farle?! Propongo rieducazione coatta in Siberia, taglio della lingua e bando perenne dalle sale cinematografiche.

Un’ultima cosa. La voce divina una volta saggiamente ha detto: se avete la tosse non è un problema, ma le caramelle scartatele ora.

domenica 1 marzo 2015

Cosa aspettarsi da un parrucchiere cinese

Yan ha dei capelli da cartone animato arancioni e poca dimestichezza con l'italiano. Yan fa il parrucchiere e la porta del suo negozio confina col portone di casa mia. Ogni volta che lo incontro, praticamente tutti i giorni, io lo saluto e lui no. Ma l'incontro tra culture passa anche da qui, da un ciao, un buongiorno o un non-sono-abituato-a-salutare-gente-di-cui-non-conosco-il-nome. Immaginando dunque che lui non mi saluti perché non abbiamo mai avuto niente a che fare l'uno con l'altro, inizio a domandarmi se andando a farmi tagliare i capelli da lui il nostro rapporto potrebbe prendere una nuova piega.
Da parte mia mi sento combattuta. La leggenda metropolitana che vuole che se vai da un cinese poi diventi calvo ha trovato dimora anche dentro di me, quindi è dovuto passare esattamente un anno e un mese prima che le circostanze mi facessero varcare quella soglia.
Ero andata dal mio tagliacapelli di fiducia, ma ho subito girato i tacchi alla notizia che c'era almeno un'ora d'attesa. Visto che i miei capelli assomigliano più spesso a un nido di chiurlo che a una chioma come si deve, ho pensato che avrei potuto pazientare ancora una settimana. E invece no, c'è stato un moto dentro di me, uno slancio di fiducia, un salto nel buio che mi hanno portato da Yan.
Entro e mi chiede: piega? - Perché se sei donna, probabilmente vai da un cinese solo con questo scopo.
- No, taglio.
Vengo portata nel retrobottega all'istante. Probabilmente è l'ex bagno del negozio che ora si trova all'esterno, nel cortile. Dimenticatevi i lavandini multipli, qui è già tanto se ce n'è uno. Dimenticatevi quel bel massaggio alla testa che vale tutti i 30 euro di spesa dal vostro infallibile coiffeur. Qui ti lavano i capelli esattamente come te li laveresti tu sotto la doccia. Di fretta, punto.
Lo shampoo profuma, sono passate alcune ore da quando l'ho fatto e non ho ancora notato effetti collaterali. Mi tampona i capelli con un piccolo asciugamano che poi viene buttato in un cestino e immagino e spero lavato a dovere. Superata la fase uno, si passa alla fase due.
Mi fa sedere e mi chiede: poco? - Perché se sei donna e, caso strano, non vuoi solo la piega ma anche il taglio, probabilmente vuoi il taglio più sicuro possibile: la spuntatina.
- No, un po' di più.
Io invece voglio sfidarlo. Voglio vedere di cosa è capace e dare a entrambi la possibilità di rincontrarci tra qualche mese. Gli do un aiuto:
- Come la foto in vetrina.
Quella foto, diciamolo, fa schifo, ma è la cosa più vicino a quello che avevo in testa.
La macchina è partita. Il cinese taglia contro ogni simmetria, fregandosene di tutti gli insegnamenti di Jean Luis, Coppola e compagnia. È un razzo, taglia dritto, taglia tutto e tu sei lì che speri solo non ti tagli anche il collo. Perché in questo contesto solo l'idea di un piccolo graffietto farebbe mobilitare l'ufficio d'igiene. E mentre sei lì a pensare all'igiene questa sconosciuta, la vedi. La vedi e ti paralizzi. Peggio di una lama arrugginita o di uno shampoo corrosivo, c'è solo lei. L'unghia lunga del mignolo. Una minaccia per chiunque capiti sotto le sue mani. Muoviti e ti graffio. Dimostrati scontento e ti graffio. Vattene senza pagare e ti rigo la macchina con l'unghia lunga.
Il metodo è intimidatorio, ma efficace. Io sto immobile e lui fa veloce.
L'ultima domanda è:
- Lisci o mossa?
- Naturale, spettinato- rispondo
- Lisci o mossa?
- Mossa - e abbasso le pretese.
Quando ha fatto, ha fatto. Non mi chiede se va bene, non mi fa vedere il coppino col prodigio dei doppi specchi. Solo un ultimo tocco finale e di classe: lui che mi soffia sul collo per togliermi i capelli. Poi va alla cassa e mi chiede 10 euro.
- Arrivederci - dico.
Ma anche sta volta lui non saluta.

venerdì 27 febbraio 2015

L'attrice di legno

Lunedì sera, largo anticipo. Alla scuola di teatro i miei compagni non ci sono ancora. Mi siedo per terra in classe e aspetto e aspettando vedo le due sedie pieghevoli appoggiate al muro. Avete presente quelle di legno dell'Ikea? Ci sono rosse e nere, hanno un buco rotondo sullo schienale e listelli a far da seduta.
Nelle scuole di teatro queste sedie pieghevoli ci sono sempre. Fanno parte della compagnia e, quando entrano in scena, smettono di essere sedie e recitano la loro parte.
Le sedie aperte sono troni e tavoli, chiuse sono quadri appesi al muro e fucili. Come? Piega la sedia, mettila sottobraccio, puntala contro qualcuno. Cos'è?
Sono racchette da tennis, sono biciclette col cestino, le ali di un jumbo. Le sedie pieghevoli sono piedistalli da cui appellare il popolo, sono sedie a rotelle, carrelli della spesa, girelli per anziani. Le sedie pieghevoli sono effetti sonori. Uno sparo! che viene da destra, la risacca che viene dal mare, una corsa, un galoppo, un trotto. Al passo. 
Le sedie pieghevoli sono lo stargate, non puoi fare l'attore se non ci passi attraverso. Sono l'ingresso di una tana sotterranea, sono la zaino di uno sherpa, sono una gogna medievale.
Le sedie pieghevoli fanno il parlamento, fanno la scuola elementare, fanno il tram, fanno il divano, fanno la chiesa. Fanno sposare, fanno impiccare, fanno protestare le folle.
Le sedie pieghevoli fanno un sacco di cose, ci fanno immaginare, ci fanno divertire e quando siamo in anticipo ci fanno passare il tempo comodamente seduti.

venerdì 20 febbraio 2015

La banca è morta

Il 27 porta dalla periferia al centro. Porta persone. Porta belle sorprese quando, nelle mattine di sole, gira in fondo a via Mazzini e con la sua testa fa cucù in piazza Duomo. E qui ci starebbe un commento lirico sulla sua bianchezza e il cielo azzurro e lo spazio inondato di una luce morbida, quasi sanpietroburghina. Ma non sono io quella che scrive queste cose quindi faccio qualche passo indietro e torno in via Mazzini. Qui, al confine col paradiso, regna l'ombra. Io credo che stare troppo all'ombra non renda pallidi, ma cupi. E un po' così è questa via. Molte le saracinesche abbassate, i negozi trasferiti. Resistono, come macigni nei loro palazzi marmorei, le banche. Uffici di sei vetrine per sei, ciascuna oscurata da una pesante tenda polverosa. Le insegne, non esagero, ricoperte di ragnatele, trappole grigie che han catturato molti piccoli insetti. Immagino cosa significasse aprire una banca in centro una volta. Immagino che costi possa avere adesso. Di questi giganti del passato potrei anche immaginarmi gli spazi interni, ma non ne ho bisogno perché ci sono entrata davvero. 
Immaginatevi piazza Duomo. Mettetele un soffito. Toglietele la luce. Mettete scrivanie al posto dei portici. Eliminate piccioni e turisti. Prendete un vecchio direttore, l'impiegata grassa, l'impegata carina, l'impiegato giovane e il cassiere. Guardate in alto. C'è un soppalco buio e disabitato. Guardatevi intorno. Non è desolato? La vostra voce non fa l'eco? Il vecchio direttore fuma dentro, come per legge non si può più fare, ma lui è un vecchio direttore, ha sempre fumato ed è sempre stato sopra le regole. Ha sempre guardato il sedere delle impiegate carine e continua a farlo. L'impiegata carina fa fotocopie. La grassa e il giovane si lamentano del telefono del vecchio che squilla a vuoto. Solo il cassiere è una cellula impazzita. Infatti, sorride. È lui quello che cerca di tenere alto il morale del team. Fa le battute, racconta barzellette, scherza e chiacchiera coi clienti dondolando la testa al ritmo di una musica che sente solo lui. Bene, sono sicura che un giorno ucciderà tutti. 


giovedì 19 febbraio 2015

Scemo di guerra

La prima volta che l'ho visto salire in fondo al tram era in tenuta militare: anfibi neri, mimetica, cappellino nero.
Un soldato, penso. Fascista, giudico.
La seconda volta, stessa ora, stesso tram. Come un impiegato, ma alle forze dell'ordine. Forse lui va in giro così, sempre. La mattina apre l'armadio e una nuance di verde marcio gli si para davanti. Nella sua testa rimbomba: <<In riga!>>. Passa in rassegna il plotone nel cortile della caserma. Sono americani, tedeschi, russi, sono pezzi storici da collezione trovati ai mercatini, sono esemplari rari delle regioni dell'est comprati al mercato nero. Sono italiani. I più valorosi. E tra questi, il suo pupillo, il completo da combattimento dell'Esercito Italiano.
La sua camera è spoglia. Le lenzuola bianche sono tese sul letto. Se ci lanci una monetina, questa rimbalza. Sul comodino, una cartolina sacra della Madonna. Prima di uscire fa baciare la piastrina che porta al collo alla Santa Vergine. E poi anche per lui è buongiorno.
La terza volta lo vedo salire sul tram e marciare verso una ragazza che se ne sta seduta tranquilla.
<<Credi nella Madonna?>>
Lei farfuglia che sì, che però, non sa. Ma tanto lui non l'ascolta, <<ignorante>> le dice e disprezzandola a gesti e a parole se ne va in fondo al tram, spintonando i civili.

Il Signor Sì scende in via Larga, là dove son sempre parcheggiate delle camionette militari e due giovani presidiano un ingresso. Ero convinta fosse una scuola, ma mi sbagliavo. Forse un consolato, oppure non so. Comunque. Lui si mette con loro. Sta lì, presta servizio, anche se nessuno gliel'ha chiesto.
Non possono cacciarlo perché è disciplinato e non dà fastidio.
Non possono arruolarlo perché la sua disciplina è roba da matti.