venerdì 27 febbraio 2015

L'attrice di legno

Lunedì sera, largo anticipo. Alla scuola di teatro i miei compagni non ci sono ancora. Mi siedo per terra in classe e aspetto e aspettando vedo le due sedie pieghevoli appoggiate al muro. Avete presente quelle di legno dell'Ikea? Ci sono rosse e nere, hanno un buco rotondo sullo schienale e listelli a far da seduta.
Nelle scuole di teatro queste sedie pieghevoli ci sono sempre. Fanno parte della compagnia e, quando entrano in scena, smettono di essere sedie e recitano la loro parte.
Le sedie aperte sono troni e tavoli, chiuse sono quadri appesi al muro e fucili. Come? Piega la sedia, mettila sottobraccio, puntala contro qualcuno. Cos'è?
Sono racchette da tennis, sono biciclette col cestino, le ali di un jumbo. Le sedie pieghevoli sono piedistalli da cui appellare il popolo, sono sedie a rotelle, carrelli della spesa, girelli per anziani. Le sedie pieghevoli sono effetti sonori. Uno sparo! che viene da destra, la risacca che viene dal mare, una corsa, un galoppo, un trotto. Al passo. 
Le sedie pieghevoli sono lo stargate, non puoi fare l'attore se non ci passi attraverso. Sono l'ingresso di una tana sotterranea, sono la zaino di uno sherpa, sono una gogna medievale.
Le sedie pieghevoli fanno il parlamento, fanno la scuola elementare, fanno il tram, fanno il divano, fanno la chiesa. Fanno sposare, fanno impiccare, fanno protestare le folle.
Le sedie pieghevoli fanno un sacco di cose, ci fanno immaginare, ci fanno divertire e quando siamo in anticipo ci fanno passare il tempo comodamente seduti.

venerdì 20 febbraio 2015

La banca è morta

Il 27 porta dalla periferia al centro. Porta persone. Porta belle sorprese quando, nelle mattine di sole, gira in fondo a via Mazzini e con la sua testa fa cucù in piazza Duomo. E qui ci starebbe un commento lirico sulla sua bianchezza e il cielo azzurro e lo spazio inondato di una luce morbida, quasi sanpietroburghina. Ma non sono io quella che scrive queste cose quindi faccio qualche passo indietro e torno in via Mazzini. Qui, al confine col paradiso, regna l'ombra. Io credo che stare troppo all'ombra non renda pallidi, ma cupi. E un po' così è questa via. Molte le saracinesche abbassate, i negozi trasferiti. Resistono, come macigni nei loro palazzi marmorei, le banche. Uffici di sei vetrine per sei, ciascuna oscurata da una pesante tenda polverosa. Le insegne, non esagero, ricoperte di ragnatele, trappole grigie che han catturato molti piccoli insetti. Immagino cosa significasse aprire una banca in centro una volta. Immagino che costi possa avere adesso. Di questi giganti del passato potrei anche immaginarmi gli spazi interni, ma non ne ho bisogno perché ci sono entrata davvero. 
Immaginatevi piazza Duomo. Mettetele un soffito. Toglietele la luce. Mettete scrivanie al posto dei portici. Eliminate piccioni e turisti. Prendete un vecchio direttore, l'impiegata grassa, l'impegata carina, l'impiegato giovane e il cassiere. Guardate in alto. C'è un soppalco buio e disabitato. Guardatevi intorno. Non è desolato? La vostra voce non fa l'eco? Il vecchio direttore fuma dentro, come per legge non si può più fare, ma lui è un vecchio direttore, ha sempre fumato ed è sempre stato sopra le regole. Ha sempre guardato il sedere delle impiegate carine e continua a farlo. L'impiegata carina fa fotocopie. La grassa e il giovane si lamentano del telefono del vecchio che squilla a vuoto. Solo il cassiere è una cellula impazzita. Infatti, sorride. È lui quello che cerca di tenere alto il morale del team. Fa le battute, racconta barzellette, scherza e chiacchiera coi clienti dondolando la testa al ritmo di una musica che sente solo lui. Bene, sono sicura che un giorno ucciderà tutti. 


giovedì 19 febbraio 2015

Scemo di guerra

La prima volta che l'ho visto salire in fondo al tram era in tenuta militare: anfibi neri, mimetica, cappellino nero.
Un soldato, penso. Fascista, giudico.
La seconda volta, stessa ora, stesso tram. Come un impiegato, ma alle forze dell'ordine. Forse lui va in giro così, sempre. La mattina apre l'armadio e una nuance di verde marcio gli si para davanti. Nella sua testa rimbomba: <<In riga!>>. Passa in rassegna il plotone nel cortile della caserma. Sono americani, tedeschi, russi, sono pezzi storici da collezione trovati ai mercatini, sono esemplari rari delle regioni dell'est comprati al mercato nero. Sono italiani. I più valorosi. E tra questi, il suo pupillo, il completo da combattimento dell'Esercito Italiano.
La sua camera è spoglia. Le lenzuola bianche sono tese sul letto. Se ci lanci una monetina, questa rimbalza. Sul comodino, una cartolina sacra della Madonna. Prima di uscire fa baciare la piastrina che porta al collo alla Santa Vergine. E poi anche per lui è buongiorno.
La terza volta lo vedo salire sul tram e marciare verso una ragazza che se ne sta seduta tranquilla.
<<Credi nella Madonna?>>
Lei farfuglia che sì, che però, non sa. Ma tanto lui non l'ascolta, <<ignorante>> le dice e disprezzandola a gesti e a parole se ne va in fondo al tram, spintonando i civili.

Il Signor Sì scende in via Larga, là dove son sempre parcheggiate delle camionette militari e due giovani presidiano un ingresso. Ero convinta fosse una scuola, ma mi sbagliavo. Forse un consolato, oppure non so. Comunque. Lui si mette con loro. Sta lì, presta servizio, anche se nessuno gliel'ha chiesto.
Non possono cacciarlo perché è disciplinato e non dà fastidio.
Non possono arruolarlo perché la sua disciplina è roba da matti.

venerdì 13 febbraio 2015

Lettera al mio nuovo dottore

Caro Dottor C.P.,
spero che lei goda di buona salute e che il nostro rapporto possa essere duraturo. La prego di non lasciarmi anzitempo e di non costringermi a recarmi una seconda volta presso l’Ufficio Scelta e Revoca dell’ASL di viale Molise 64 perché è un luogo che tutto mi rappresenta fuorché un posto di salute e igiene. 
Il puzzo degli angoli, il legno scrostato delle porte, le scritte sui muri, i soffitti lì lì per crollare. In fondo un giaciglio per clochard. Mi chiedo: sarà veramente qui o ci sarà un’altra entrata? Poi pian piano arrivano altre persone. Chi è l’ultimo? Un capannello di pochi aspetta l’apertura delle 8.30 e io capisco che si tratta dell’ingresso giusto. Molto brutto, ma giusto.
Faccio in fretta, per fortuna. Molto più in fretta di quella volta in via Doria. E quando esco prendo il 12, sarà lui oggi ad accompagnarmi al lavoro.
Forse mi sono dilungata troppo. Tornando a noi, caro Dottor C.P., mi auguro di venirla a trovare il meno spesso possibile, per non intasare le immagino già lunghe file dei suoi anziani pazienti.
Stia bene, mi raccomando

Aila S. 

giovedì 29 gennaio 2015

La Sirenetta

Inverno è mettere tanto zucchero nelle bevande calde.
O tanto dolcificante se sei alta, magra e bionda. Con il naso dritto e la bocca stretta in una smorfia costante di superiorità. Se hai forme perfette che resistono alla forza gravitazionale esercitata dal pianeta Over50. Se misuri l'eleganza in centimetri di tacco e diametro delle scollature. 

Un giorno ti sorprendo a leggere il Simposio di Platone. Strano abbinamento, tu con il Simposio. Ti credevo una superficiale e invece guarda che letture erudite. Forse è una versione a fumetti? Basta essere cattive, d'altronde anche la mia prof di latino e greco del liceo era come te, solo molto più bassa. Appariscente non significa oca.
Quel giorno un uomo ti si siede accanto: <<Lessi anche io il Simposio, da ragazzo.>> Usa il passato remoto per darsi un tono. Ma tu non rispondi, non lo degni nemmeno di mezzo sorriso. Anche da seduta sei più alta di lui di una spanna. Ma ormai lui si è agganciato, ti domanda se ti sta disturbando, ti chiede dove stai andando, se ti piace il tuo lavoro. E quando scendi dal tram lui ti segue, come i ratti il pifferaio magico. O forse meglio, come i marinai le sirene.
Però spesso una sirena è sinonimo di allarme e tu, pover'uomo, non l'hai capito. Sei stato rapito.

La mattina dopo la bambola si era sgonfiata. Riprese i suoi anni, le sue rughe, i suoi primi capelli bianchi, la sua voglia di scarpe comode. Riprese a camminare al pian terreno dove ai dialoghi di Platone si preferiscono le sfumature di grigio.

venerdì 23 gennaio 2015

Il Barbocchiale

Ti viene da dargli del tu. Giovane, con una bella barba scura, lunga ma non foltissima, occhiali dalla montatura nera e spessa e quella borsa a tracolla di cuoio con inserti celesti. Scarpe lucide, calzini a righe e ovviamente cuffie vistose bianche, ma che non lasciano trapelare nulla dei suoi gusti musicali. Sotto questo hipster sui generis, soprattutto per la stazza che non è asciutta come quella degli altri della sua specie, potrebbe nascondersi un metallaro, un jazzaholic, un rapper. Purtroppo radiografare la sua tracklist non è dato, ma facciamo che ascolti soprattutto classica. Mentre il barbiere di Siviglia lo accompagna oltre via Meravigli, l'orsacchiottone pacioccone legge un libro di storia moderna. Roba seria, ma comunque la voglia di andare lì e dirgli ehi ciao come ti chiami è forte. 

Una volta una ci ha provato, non nel senso fisicoaffettivo, ma nel senso che ha provato a dirgli ehi ciao. Soltanto che lui ha frainteso e ha capito che ci stava provando nell'altro senso. Quindi è diventato tutto rosso, non ha detto niente e con una coordinazione perfetta è riuscito nello stesso istante ad alzare la mano in segno di timido saluto, alzare il volume della musica e scendere dal tram.
SOOOOONO IL FACTOOTUM DEEEELLA CITTÀÀÀÀ! gli urla Figaro nelle orecchie. E non sente lo scampanellio di una bici che imprudente e sfacciata gli sfreccia addosso.
I due sono a terra, in un miscuglio di raggi, pedali, fili delle cuffie, tracolle delle borse e sguardi imbarazzati. Lui la guarda bene e la riconosce:
<<Ehi ciao ma di solito non prendi il tram?>>
Lei si fa rossa, non dice niente, e rialzata la bici si allontana pedalando come una matta.

giovedì 15 gennaio 2015

Il Furetto furioso

Mezzi pubblici uguale fetore e sporcizia.
Ci fai caso a giorni alterni, ma il giorno sì, quello in cui l’occhio cade, irresistibilmente attratto da ciò che più lo repelle, due domande te le fai.
Ragazza mia dai capelli lunghi e biondi, perché non te li lavi? Ne hai due messi in croce, anche ad asciugarli ci metterai un attimo.
Sei pronto a colpirla col tuo disappunto, ma appena incontri quel suo muso da furetto qualcosa ti blocca e quasi ti vien da chiederle scusa.
È come ti guarda. Fa girare l’occhio verso l’angolino in basso e ti scruta di traverso. Uno sguardo a destra, uno a sinistra, e ancora a destra, e poi a sinistra. Non le piaci, noi non le piacciamo e non si fida affatto, tanto che tiene la borsa grande rispetto al suo corpo piccolo stretta sotto al braccio. Ha molte più gambe che busto e la tendenza ad occupare poco spazio. Lei non tocca gli altri, gli altri non la toccano. Chissà cosa le ha fatto la vita, per spostarla tra coloro che sono al loro posto e non al nostro. Quando scende in Cinque Giornate si allontana a piccoli passi svelti.

Arriverà in ufficio e saluterà (saluterà?) con voce incerta. Si sederà alla scrivania e sistemerà le sue cose con movimenti nervosi. Non alzerà il naso dalle sue carte, ma il suo sguardo scandirà i secondi, des-sinis-des-sinis, di qua e di là, tic tac, fino all’ora di pranzo quando tirerà fuori un panino di pan carré al prosciutto cotto avvolto nel cellofan. Un giorno qualcuno le chiederà di andare a pranzare insieme. Lei si stringerà la borsa sotto il braccio e dirà di no, oggi no, non oggi. Ma la sera si farà lo shampoo.