giovedì 15 ottobre 2015

È colpa di Maria Isabel

Anche se oggi non si va a scuola, Maria Isabel non vuole alzarsi dal letto.
La mamma perde lo zen, questa è una giornata importante, bisogna vestirsi bene, pettinarsi bene e soprattutto essere puntuali.
È una lotta. Maria contro la calzamaglia, Maria contro la gonna, Maria contro la spazzola, Maria contro la tazza di cereali. Gli strilli di Maria contro quelli di sua mamma a cui si aggiungono quelli del papà. Ascensore, garage, tutti in macchina diretti al centro di collocamento. Dopo pochi minuti torna il silenzio, ma il nervosismo non si placa. Sbagliano strada, non trovano parcheggio e quando lo trovano Maria ammacca la portiera contro un muretto. 
- Maria Isabel!
- Hai parcheggiato troppo vicino.
- Potevi scendere dall'altra parte!
- Hai preso le fototessere?
- Le fototessere? Va beh, non saremo mica gli unici, saranno attrezzati per quelli come noi.
Infatti, all’ingresso del palazzo ci sono due cabine per le foto.
- Hai moneta?
- No.
- Non dà resto.
- Va beh, metti 5 e andiamo. Sono le nove e un quarto adesso.
- È venuta male.
- Non importa, andiamo.
Seguono le frecce attraverso l’atrio del palazzo, arrivano in una sala piena di famiglie, i bambini piangono come se fossero in attesa della temutissima vaccinazione, i genitori sono tesi. 
- Hanno chiamato “Peña”? - Chiedono a una mamma.
- No, ma le bambine femmine sono in un’altra sala.
Si affrettano in formazione a triangolo: mamma e papà sulle fasce, Maria al centro tirata per le braccia.
- Pena?
Sulla porta una donna in tailleur si guarda in giro e li riconosce subito, quelli che arrivano di corsa, il padre che alza il braccio in segno di “ci siamo” e la madre che sistema la camicia alla bambina.
- Peña, è spagnolo, siamo noi.

buongiorno27

Il colloquio di pre-inserimento alle professioni si fa all’età di 12 anni. Serve a ottimizzare i posti di lavoro, a essere certi che quando il giovane sarà adulto, un adulto sarà pensionato, che non ci siano posti vacanti o troppo richiesti. La riforma a lungo termine ha spaccato l’opinione pubblica, i sondaggi davano solo il 2% favorevole, ma manifestare il proprio dissenso significava perdere il proprio posto, così a legge approvata quel 2% diventò quello dei contrari, martiri giunti all’età della pensione che sacrificarono la propria festa di pensionamento per le generazioni future.

Maria si siede con le mani infilate sotto le ginocchia. Dondola le gambe. Si guarda intorno e cerca con gli occhi i genitori che però stanno sorridendo non ricambiati alla donna in tailleur. A un certo punto a Maria viene da ridere, ma poi, come se una voce le stesse ricordando che non si fa, smette. E allora, a testa china, si accorge di essere osservata. Da destra, da sinistra e da di fronte. Soprattuto da di fronte, da quella donna pallida che assomiglia alla cuoca della colonia, quella che la costringeva a mangiare le carote bollite e le riempiva nuovamente il piatto quando le aveva finite.

- Maria cosa vuoi fare da grande?
Maria guarda la mamma, il papà, tace.
- Che lavoro vuoi fare quando sarai grande?
Un’alzata di spalle. Lei non lo sa.
- Queste sono le due fotografie formato tessera richieste. Vanno bene?
Il padre appoggia le foto sulla scrivania, poi le allunga verso la donna che le lascia lì.
- Maria Isabel vuoi rispondere alla signora? Non volevi fare la ceramista come quella del film dell’altra sera? Oppure la scrittrice come ti dice la maestra?
La voce dolce della mamma la scioglie. Si porta i capelli lisci e neri dietro le orecchie.
- Voglio aggiustare le macchine.
- Ma cosa dici?
- Voglio fare il meccanico e scambiare le gomme.
La donna in tailleur batte la risposta al computer.
- Ma no signora, aspetti, non voleva dirlo sul serio. E gli animali? Non ti piacevano gli animali?
- Oppure l’ingegnere come il papà!
- La ballerina, ci sono posti per ballerine no?
- La giornalista.
- La maestra.
- Il professore.
- Signori, state calmi. Dobbiamo considerare valida la prima risposta, tanto più che la richiesta è già stata inoltrata. Se volete cambiare risposta dovete compilare il modulo, pagare il bollettino online più il bollo di imposta e prenotare un nuovo appuntamento per un colloquio motivazionale. La prima risposta è quella che conta.
- Ma è un lavoro da uomini!
Maria tira un pugno sulla spalla della mamma, mette il broncio e gli occhi le si riempiono di lacrime.
- Hai ragione ad arrabbiarti, Maria. Anche io da piccola volevo giocare a basket, ma mi dissero che ero troppo bassa. Oggi, grazie al centro di pre-inserimento, avrei potuto essere ascoltata. Avrei iniziato a frequentare corsi, ad allenarmi e sarei diventata una giocatrice professionista. Vostra figlia è fortunata.

I Peña camminano in silenzio verso la macchina.
Sulla strada del ritorno Maria Isabel chiede se sono arrabbiati.
- No Maria, non siamo arrabbiati. Ma quand'è che ti è venuta questa idea del meccanico?
- Prima. Così da grande posso aggiustare la portiera.

venerdì 25 settembre 2015

Il pescatore di arcobaleni

In natura esistono diversi elementi che aiutano l’essere umano a orientarsi. Il sole che viaggia da est a ovest passando da sud, le ombre create dal sole, il muschio sui tronchi nei boschi, le stelle di notte, il vento per alcuni e gli arcobaleni. Già, orientarsi con gli arcobaleni è una ricetta alla portata di tutti.
Prendete il temporale una sera in città.
Lasciate che spiova.
Guardate le nuvole grevi spostarsi più in là.
Appoggiate delicati l’occhio sulla luce che indora le case, le foglie, le rotaie del tram.
Perdete l’equilibrio perdendovi col naso all’insù.
E laggiù, dove il cielo si apre,
dove scoppia la scatola dei colori,
è il west.


Eliseo era un pescatore di arcobaleni nato. Quando davano pioggia, si infilava gli stivali, la cerata grande di suo padre, il sud-ovest e aspettava che le prime gocce battessero sui vetri per uscire. Viveva in campagna e il sentiero che seguiva era un misto di fango e di sassi rotondi. Nessuno sapeva dove andava perché nessuno aveva mai avuto voglia di seguirlo. In caso di pioggia era meglio per tutti restarsene a casa.
Eliseo camminava per cinquanta minuti nella campagna battuta dalla pioggia fino ad arrivare a un immenso pozzo, largo ma poco profondo. Si sedeva su un masso lì a fianco e aspettava che il temporale si stancasse. A quel punto entrava nel pozzo, l'acqua gli arrivava sopra o sotto il ginocchio a seconda della volta, a tentoni cercava il tappo che stava sul fondo e nell'attimo in cui il raggio di sole colpiva la goccia e nasceva l'arcobaleno, stappava il pozzo e in un gorgo finivano l'acqua e i colori tutti.
Dove finissero esattamente neanche Eliseo lo sapeva, ma così, a fantasia, pensava finissero sotto terra.
Aila Saviano Buongiorno27


Il terreno di famiglia era vasto e le braccia da coordinare molte. Il padre di Eliseo era un uomo giusto che rispettava la terra e le persone che lavoravano per lui. Un giorno che il cielo andava coprendosi e la terra a incupirsi, disse ai suoi di rientrare. Lui restò solo in mezzo al campo ché della pioggia, un po' come al figlio, poco importava. I tuoni gli si stringevano intorno, il grano si piegava sconvolto come calpestato da una mandria al galoppo.
Il fulmine non tardò ad arrivare. 

Eliseo fu attraversato da una scossa. Si alzò dal masso per scrollarsi quel formicolio di dosso e perché comunque era quasi ora di entrare nel pozzo.
Un'ora dopo era di ritorno a casa. Sua madre aveva il volto fradicio segnato di rosso. Un pianto violento come la pioggia aveva lasciato traccia del suo passaggio, scavando profondi solchi sulla pelle, scuotendo i capelli. Le aveva gelato le mani attorno un lembo della camicia ridotto a uno straccio. L'aveva visto con i suoi occhi i suoi occhi avevano visto cosa avevano visto l'avevano visto. Balbettava un ritornello senza note.
Un vento fortissimo aveva spazzato via tutto ciò che si trovava tra lei e l'orizzonte, lasciandole solo quel cerchio bruciato in mezzo al campo di grano.

Esistono in natura esseri umani capaci di orientarsi con gli arcobaleni. Dopo un temporale sanno sempre da che parte guardare per vedere il cielo che torna. Così due giorni dopo Eliseo accompagnò sua madre e i braccianti al pozzo, ciascuno portava alla terra un pugno di cenere bagnata. Scavarono tutti ed Eliseo scoprì che aveva ragione. I colori che aveva raccolto negli anni erano ancora lì e temporale sì temporale no avrebbe sempre saputo dove ripescarli.



martedì 15 settembre 2015

Lo zio Nando

Lo zio Nando veniva dal sud.
La famiglia di suo fratello aveva risalito la penisola quindici anni prima e da allora si erano sentiti solo per telefono in occasione delle feste comandate, per scambiarsi le condoglianze in due casi di decesso e per un numero indefinito di felicitazioni per matrimoni, nascite e battesimi. 
Lo zio Nando raggiunse il resto della famiglia nell’estate dell’81, aveva 75 anni portati bene e una pancia importante. In quel frangente, una serie di eventi fece sì che la sua fama precedette, seppur per poche ore, la sua pancia.
Allo svincolo che portava dall’autostrada alla litoranea, una donna porse al marito un panino che gli andò di traverso e lo fece tossire a tal punto che l’uomo perse il controllo della macchina e causò un incidente di portata mastodontica. Nessun morto. Qualche ferito, molti contusi e una coda lunga ore e chilometri.
Risalendo la coda, in una Fiat Panda nuova fiammante, lo zio Nando, suo fratello, la moglie di suo fratello e l’indemoniato Michelino pativano il caldo e i capricci della radio che proprio non voleva saperne di sintonizzarsi su una qualunque frequenza.
Lo zio Nando, dopo aver brontolato per una buona mezz’ora che avrebbe fatto meglio stare a casa sua per altri quindici anni, che cosa gli era venuto in mente di andare al mare una volta che aveva deciso di vedere la città, non capendo se gli costasse più fatica star lì seduto o scendere dall’auto, si decise a un certo punto a uscire a sgranchirsi le gambe. Nonostante la sua indole oziosa, pensò di poter far qualcosa per l’antenna. Ma per quanto si aggrappasse, girasse, allungasse, la radio continuava a emettere i suoi fastidiosi ronzii.
Incolonnata dietro di loro c’era un’altra famiglia. La mamma aveva appena srotolato dalla carta stagnola una fetta di crostata e allo zio Nando venne un’idea. 
- Mi scusi, le serve la carta?
- No, la butto.
- Posso averla?
- È tutta sporca.
- Non importa.
- Se è contento lei.
- Sarò contento quando sarò riuscito a far funzionare la radio.
- Allora poi faccia contento anche me! - La voce proveniva da un’altra macchina. - Anche la nostra non prende. 
- Se funziona e se trova dell’altra stagnola dopo vengo da lei.
Lo zio Nando si ingegnò e costruì una protesi all’antenna. Si allontanò dalla Panda di famiglia e andò da quell’altro. Mentre montava il suo marchingegno, i due scoprirono di avere una conoscenza in comune. Quello dell’auto di fianco disse che lo conosceva anche lui, erano andati a scuola insieme.
- L’avvocato è un grand’uomo.
- Avvocato? Chi è avvocato? - Una donna si sporse dal finestrino e fece cenno allo zio Nando di avvicinarsi.
- Ho una questione con mio marito. Divorziamo.
- Ah, lei è il diavolo! - Un prete che viaggiava su un pulmino insieme ai ragazzi dell’oratorio doveva dire la sua. La donna imbufalita scese dall’auto, aprì il bagagliaio e tirò fuori un cartello brandendolo di fronte al parabrezza del prete. “L’utero è mio e lo gestisco io”.  Non c’entrava niente in quella conversazione, ma era giusto per rimarcare i rispettivi territori. A me il femminismo, a te la chiesa.
Così lo zio Nando, da un finestrino all’altro, conobbe tutti quelli che quel giorno erano incolonnati per andare al mare. Cinquanta macchine davanti alla Panda e cinquanta macchine dietro contribuirono alla nuova fama del Nando, l’antennista, l’amico dell’avvocato, l’avvocato del diavolo, il paninaro, l’arrotino e chi più ne ha più ne metta.
Aila Saviano Buongiorno 27

Non si sa come, ma c’era da prevederlo, la coda finalmente si mosse. L’aria tornò a infilarsi nei finestrini, la gente salutava lo zio Nando dandogli appuntamento al bar, quello vicino al porto. Successe però che tra tutte quelle macchine che prendevano l’abbrivo lo zio Nando perse la Fiat Panda nuova fiammante, si guardò intorno, smarrito, e restò lì per sempre.

Io lo zio Nando non l'ho mai conosciuto. Mia mamma era incinta di me quando accadde il fatto. Ma tutte le volte che ripercorro quell'autostrada me lo immagino ancora in quel punto, attaccato a una radiolina con una lunghissima antenna di carta stagnola, tutto preso a brontolare che avrebbe fatto meglio a rimanere al sud.


giovedì 6 agosto 2015

Chiamate un dottore

Sedute una di fronte all'altra, dottoressa e paziente aspettavano che l'altra iniziasse a parlare per prima.
Il cosiddetto silenzio di tomba fu rotto dal "mi dica" di rito.
- Mi dica.
- Dottoressa...
- Eh.
Quell'"eh", scocciato, accaldato, distratto, riportò il dialogo allo stadio iniziale. Allo zero, al vuoto assoluto, alla tabula rasa. Di nuovo fu la dottoressa a prendere la parola.
- È la prima volta che la vedo. Vogliamo fare un'anamnesi?
- Se vuole, se devo.
- È prassi. Altrimenti mi dica quello che deve dirmi. Le fa male qualcosa?
- No.
- Ha bisogno di una ricetta?
- No.
- Ha bisogno di compagnia?
- No, sono sposata.
- Suo marito la picchia?
- No.
- Problemi sessuali?
- No, affatto.
- Turbe psichiche? Ha bisogno per sé o per dei familiari di psicofarmaci?
- No, credo di no.
- Perché è venuta da me?
- ...
- Senta, sono le 19. Di là stanno aspettando almeno altre 5 persone, anziane. Lei è giovane e forse non si rende conto che questo è il luglio più caldo della storia, svuoto una tanica da 12 litri d'acqua del condizionatore al giorno e io sto perdendo la pazienza. Ne sento di ogni tutti i giorni. Mi dica, ha qualche morbo imbarazzante? Le zecche, la candida, l'hiv, vuole abortire?
- Mi scusi. Ha ragione, stavo cercando le parole.
- Faccia un respiro profondo.
La paziente abbassò gli occhi e cominciò a parlare.
- Ogni volta che prendo il tram 12 succede una cosa molta brutta. Per questo ho voluto vederla oggi, anche se in realtà non ho niente. Per avvertirla. Ogni volta che prendo il tram 12 è perché sono stata all'Ufficio Scelta e Revoca dell'ASL e ogni volta che vado all'Ufficio Scelta e Revoca il medico che scelgo...
Si sentiva solo il tic-tic della penna a scatto che la dottoressa teneva in mano. E con un po' di attenzione, si poteva ascoltare anche un cuore impazzito. Era quello della paziente che rimbombava nei suoi timpani. Per zittirlo, riprese il discorso.
- Il primo se n'è andato a maggio di quattro anni fa. L'ultimo il mese scorso. E nel mezzo altri tre o quattro hanno fatto la stessa fine. Giuro di non aver mai visto nessuno di questi dottori in faccia perché io li sceglievo, ma non avevo mai bisogno di loro, stavo bene. E poi arrivava quella lettera: "Siamo spiacenti di comunicarle che il suo medico di base è deceduto." La prima volta, la seconda... ammetto che ci vedevo dell'ironia. E poi la terza, la quarta, la quinta vittima. Ecco solo per avvertirla che di recente ho preso il tram 12 dopo aver scelto lei.
La dottoressa sbigottita faceva tanto d'occhi e restava a bocca aperta.
- Dottoressa?
Silenzio di tomba.
- Dottoressa?
Uscì dallo studio e con la calma che solo un killer può avere disse di chiamare un dottore.

mercoledì 1 luglio 2015

Arturo Otto

Per allevare ragni serve solo una cosa. Essere soli. Tremendamente soli. Mostruosamente irreparabilmente implacabilmente soli. Data questa premessa, facciamo le dovute presentazioni.
Adele ha un vestito blu a fiori e sembra una caramella. Ha le guance rosa e paffute, ma non è grassa, diciamo piuttosto rotundilinea. Nelle forme, nello sguardo, nella voce è un pouf di morbidezza. In quello che fa, di dolcezza. Sorride spesso e parla poco e quando lo fa diventa rossa. Adele ha i capelli lunghi e biondi che al tramonto prendono i riflessi del bronzo.
Ed è proprio durante uno di quei lunghi tramonti estivi, di quelli che se anche sei in città e guardi il cielo ti sembra di essere al mare, in cui le nuvole diventano lunghi ciuffi color albicocca, che il piccoletto le si parò davanti calando dall'alto.
- Ciao - gli fece lei. 
Ma lui non rispose. Rimase ancora qualche secondo a penzolare e poi si ritirò su, per poi spostarsi nell'angolo della finestra.
- Così abiti qui, mostriciattolo? - Adele chiese il permesso per curiosare in casa sua. La tela era bianca e sottile. Grande come un palmo di mano.
- Per me puoi restare.
Da allora gli dava il buongiorno la mattina e il buona sera la sera. Stava a fissare le sue zampette e si compiaceva nel vederlo aumentare di peso.
- Sarai un grammo tondo tondo adesso!
E anche la sua casa si allargava sempre di più, più fitti i fili, più in qua e più in là, la tela era diventata quattro volte più grande.
Un giorno ad Adele scappò di chiamarlo Arturo. Lui, che mai prima le aveva risposto, sollevò una, due, tre e poi quattro, cinque e sei e infine sette e otto, tutte le sue zampe in segno di saluto.
- Arturo Otto? Molto piacere.
Incoraggiato da tanta confidenza, Arturo le mostrò una zona nascosta della tela. Qui stava la sua bella. Un ragno così sottile da risultare trasparente.
- La signora Otto? - gli chiese. 
Soffiò delicatamente per salutarla, ma Arturo si parò davanti alla sua dama. Passata la bufera, Arturo si spostò e solo allora Adele capì che la signora Otto non era altro che uno scheletro in fibra di ragno.
- Doveva essere una bella signora, la tua signora. Ti manca?
Gli mancava eccome. Arturo si ostinava a portarle i bocconi più succulenti, a mettere in ordine i suoi otto calzini come lei gli aveva insegnato, a rassettare la tela dopo cena.
- Arturo, capisco che le vuoi ancora bene, ma devi proprio vivere con un cadavere in casa?
Lui parve rispondere: la mia casa è una gogna e un cimitero, se non te ne fossi ancora accorta.
Ah già.
Seguirono giorni di lutto. Adele non sapeva bene cosa dirgli e lui non sapeva bene come uscirne.

Successe un giorno. Arturo tornava da un viaggio, era andato a esplorare nuovi anfratti per cambiare aria e cambiare vita, ma non è facile per un ragno. Le scope e i fobici sono sempre dietro l'angolo. Così rincasò, pensieroso come quando era partito.
Cosa poteva essere cambiato in così poche ore? Il massimo che poteva sperare era che uno sciame di moscerini fosse passato di lì, così da imbastire una bella grigliata per la sera. E invece. 
Cento piccoli ragnetti accolsero il papà sulla porta di casa. Le uova deposte si erano schiuse.
E la mamma? La mamma se l'era portata via un calabrone che volava di fretta. O almeno questa è la storia che Adele racconta agli Otto junior prima di andare a letto.



Storia della donna e dell'uomo che le insegnò a parcheggiare

Caro tu,
mi ricordo di un sentiero che ci ha portato molto in alto, attraverso arbusti spinosi che ci hanno graffiato le gambe.
Mi ricordo che hai composto una canzone per me, ma gli accordi, quelli non li ricordo.
Mi ricordo che litigavamo un sacco e che una volta ti ho lanciato una scarpa verde.
Mi hai costretta a fare parapendio. Ti ho odiato per questo e per questo ti ringrazio, perché me lo ricorderò per sempre.
E in ordine sparso fanno la loro apparizione nella mia memoria: i fuochi d'artificio, l'Inter di Mourinho, una bottiglia che, caduta dall'ottavo piano, non si è rotta, due etti di prosciutto cotto nascosti nel freezer del supermercato, un tizio che si è servito del nostro pranzo sul treno, le temibili sarde di Stoccolma e un odore micidiale di frizione bruciata.
Tutti questi amarcord sono palline rimbalzine che bussano all'ippocampo, passano a fare un saluto, anche io sono sempre felice di vedervi, ci sentiamo, quando volete sono qua. Ma tra queste palline ce n'è una che ha una frequenza di rimbalzo maggiore.

Caro tu,
potrei ricordarti come colui che mi ha aperto il cocco,
il mago che dalla moka tirava fuori nu babà,
potrei ricordarti come il mister che portò l'Avellino in serie A,
il licantropo che impazziva nelle notti di barba lunga.

E invece,
come te nessuno mai mi ha insegnato a parcheggiare in un'unica manovra,
freccia a destra freno folle frizione retro sterza controsterza
senza cin cin con l'auto di dietro. Da manuale, da complimenti.

Se non fosse stato per te, la mia vita sarebbe ancora parcheggiata lì dove ci siamo lasciati, arresa in una posizione scomoda, con le quattro frecce in seconda fila.

lunedì 25 maggio 2015

La madre dell'ex

La cosa più temibile di un ex, se siete state voi a lasciarlo, è sua madre.
La madre dell’ex è astiosa e nutre nei vostri confronti un desiderio di vendetta. Il dolore che vi vuole inferire è come la sciabolata di un tentacolo di medusa, ustionante, imprevedibile, soffocante.
La madre dell’ex, da dolce neomamma adottiva, si può trasformare in un perfido De Sade.
Sarebbe bello se il combattimento avvenisse a mani nude e nel fango, col figlio che piange ai bordi del ring non sapendo per chi tifare.
Ma le mosse della madre dell’ex si svolgono nell’ombra, quando il figlio non può fermarla e voi non ve lo aspettate.
Lei usa l’arma degli scrittori. Un’affilatissima penna che vi punge con la punta nel profondo. Vi pizzica, vi dice tutte le cose che ha sempre pensato, ma che per amore dell’amore del figlio non vi ha mai detto. Anni di parole taciute a cui voi non potete che rispondere con un intelligente silenzio. Un silenzio che va oltre quello che dividerà voi dal vostro ex, perché l’ex può perdonare, la madre mai.
Così quando la maturità vincerà sulle motivazioni, quando tornerete a parlare con lui come a un amico, resterà un’ombra, minacciosa, che non saprete se e come affrontare.
E la soluzione è proprio qui. Lei non va affrontata come un nemico in uno scontro, ma avvicinata come una nuvola o un mulino a vento. Salutata, sorrisa, apparirle disarmate e innocue. Questo bisogna.
E la madre dell’ex, vedendovi al fianco del figliolo, dopo un attimo di terrore si accorgerà che il suo cucciolo batuffolo non sanguina, né ha ferite da leccare, e solo allora farà un passo avanti, un altro ancora e un altro verso di voi, chiederà come state e tutto andrà miracolosamente bene.

Con questa alzo le mani e ringrazio chi ha reso possibile questa storia, un amico, una rockstar e sua madre.

giovedì 23 aprile 2015

Scritto per l'aria

Si accorse di avere un problema quando, tra tutti i suoi libri, non riuscì più a trovare l’uscita di casa. Il problema non era tanto uscire per uscire, quanto uscire per andare a comprare un nuovo romanzo. Viveva ormai da anni come un tarlo nel legno, divorando pagine su pagine, dormendo su copertine rigide, strisciando per spostarsi e cantando quando voleva sentire una voce che non fosse quella degli scrittori. Ma poiché non aveva niente da dire in più rispetto a loro, si limitava a far risuonare le vocali nello spazio stretto che si era concessa. Nell’ultimo periodo aveva scoperto le diplofonie che riuscivano a distrarla dalla lettura anche per dieci minuti di seguito. Nessuno dei vicini poteva sentirla perché l’accumulo di libri aveva insonorizzato l’appartamento.
Fino a qualche settimana prima poteva ancora acquistare libri online, ma poi aveva perso il caricabatteria del portatile da qualche parte e adesso si trovava nella scomoda situazione di dover uscire di casa per andare a fare rifornimento. Non poteva dire da quanto tempo stesse cercando l’uscita. La luce del sole aveva smesso di filtrare dalle finestre ormai da mesi e lei girava come in miniera con una torcia sulla fronte, scavando cunicoli tra i libri. A un certo punto iniziò a mancarle l’aria, ma non perché fosse stata assorbita tutta dai libri, ma perché aveva bisogno di leggere. Provò ad aprire pagine di libri già letti, ma le parole erano state già assimilate e a tal punto consumate che non potevano più saziarla. Come la terra per la pianta che col tempo perde tutte le sostanze e i minerali, così quelle pagine per lei erano prive di nutrimento. E più si affaticava a cercare l’uscita, più consumava le poche energie che le rimanevano e più si perdeva in quel mare di libri e più non si rendeva conto che l’unica porta da aprire era il cappuccio di quella penna biro.
Se solo l’avesse levato, se solo avesse poggiato la punta della penna su un foglio, l’inchiostro avrebbe iniziato a scorrere in nuove parole, dissetanti, golose, dolcissime o amare, del sapore di cui più aveva voglia in quel momento.
Aila Saviano

martedì 10 marzo 2015

Si prèga di spègnere i telèfoni cellulari

Buio in sala. Strusciare di giacche. Timidi colpi di tosse. È quasi silenzio in platea. Poi una voce baritonale che ha qualcosa della divinità, in questa assenza di luce, in questa attesa sospesa, parla.
Si prèga di spègnere i telèfoni cellulari.

Tutte le volte mi chiedo: possibile che ci sia bisogno di ricordarlo? Possibile che la gente non lo faccia in automatico come allacciarsi la cintura appena sale in macchina? Come salutare quando si torna a casa dopo una giornata di lavoro o chiudere gli occhi quando starnutiamo? Possibile. 
Questa voce, che apre tutte le "e" che noi milanesi chiudiamo, parla agli sbadati, quelli che perdono il cellulare in una tasca, quelli che dicono ora lo faccioehi ciao anche tu qui? quelli che meglio una volta in più che una in meno. Loro non lo fanno apposta, ciccini. Sono fatti così. La voce li conosce e gli dà quel minuto in più per permettergli di correggersi, senza giudicarli.
Ma poi ci sono quegli altri. Quelli che pensano che mettere il silenzioso uguale spegnere il cellulare. Così posso controllare l’ora e organizzarmi per il dopo spettacolo. Eh no, scusate ma io sono intransigente. Silenzioso uguale cellulare spento solo se lo tieni in tasca o sepolto nella borsa. Se lo tieni sotto mano e ogni due per tre lo guardi, la tua faccina si illumina di una luce fantasma e dal palco si vede. Ti sembra carino? Ochei, puoi avere un parente che sta male o una moglie partoriente. Fine della casistica che contemplo e giustifico. Se non vedi l’ora di uscire da teatro, non entrare. Se lo spettacolo ti fa schifo, alzati e vattene. L’attore se ne avrà a male, ma almeno gli avrai comunicato una cosa chiara e non un generico disinteresse.
Poi ci sono dei casi estremi. Come quella volta al cinema che un telefono ha squillato, una donna ha risposto e a voce normale, come se fosse nel salotto di casa sua, ha detto che stava vedendo un film, che non era male, che sua mamma stava meglio, e tua figlia come sta, no figurati non mi stai disturbando eccetera eccetera. Finalmente mette giù e riferisce al marito che la Carla li ha invitati a cena venerdì. Che dire? Che fare? Che farle?! Propongo rieducazione coatta in Siberia, taglio della lingua e bando perenne dalle sale cinematografiche.

Un’ultima cosa. La voce divina una volta saggiamente ha detto: se avete la tosse non è un problema, ma le caramelle scartatele ora.

domenica 1 marzo 2015

Cosa aspettarsi da un parrucchiere cinese

Yan ha dei capelli da cartone animato arancioni e poca dimestichezza con l'italiano. Yan fa il parrucchiere e la porta del suo negozio confina col portone di casa mia. Ogni volta che lo incontro, praticamente tutti i giorni, io lo saluto e lui no. Ma l'incontro tra culture passa anche da qui, da un ciao, un buongiorno o un non-sono-abituato-a-salutare-gente-di-cui-non-conosco-il-nome. Immaginando dunque che lui non mi saluti perché non abbiamo mai avuto niente a che fare l'uno con l'altro, inizio a domandarmi se andando a farmi tagliare i capelli da lui il nostro rapporto potrebbe prendere una nuova piega.
Da parte mia mi sento combattuta. La leggenda metropolitana che vuole che se vai da un cinese poi diventi calvo ha trovato dimora anche dentro di me, quindi è dovuto passare esattamente un anno e un mese prima che le circostanze mi facessero varcare quella soglia.
Ero andata dal mio tagliacapelli di fiducia, ma ho subito girato i tacchi alla notizia che c'era almeno un'ora d'attesa. Visto che i miei capelli assomigliano più spesso a un nido di chiurlo che a una chioma come si deve, ho pensato che avrei potuto pazientare ancora una settimana. E invece no, c'è stato un moto dentro di me, uno slancio di fiducia, un salto nel buio che mi hanno portato da Yan.
Entro e mi chiede: piega? - Perché se sei donna, probabilmente vai da un cinese solo con questo scopo.
- No, taglio.
Vengo portata nel retrobottega all'istante. Probabilmente è l'ex bagno del negozio che ora si trova all'esterno, nel cortile. Dimenticatevi i lavandini multipli, qui è già tanto se ce n'è uno. Dimenticatevi quel bel massaggio alla testa che vale tutti i 30 euro di spesa dal vostro infallibile coiffeur. Qui ti lavano i capelli esattamente come te li laveresti tu sotto la doccia. Di fretta, punto.
Lo shampoo profuma, sono passate alcune ore da quando l'ho fatto e non ho ancora notato effetti collaterali. Mi tampona i capelli con un piccolo asciugamano che poi viene buttato in un cestino e immagino e spero lavato a dovere. Superata la fase uno, si passa alla fase due.
Mi fa sedere e mi chiede: poco? - Perché se sei donna e, caso strano, non vuoi solo la piega ma anche il taglio, probabilmente vuoi il taglio più sicuro possibile: la spuntatina.
- No, un po' di più.
Io invece voglio sfidarlo. Voglio vedere di cosa è capace e dare a entrambi la possibilità di rincontrarci tra qualche mese. Gli do un aiuto:
- Come la foto in vetrina.
Quella foto, diciamolo, fa schifo, ma è la cosa più vicino a quello che avevo in testa.
La macchina è partita. Il cinese taglia contro ogni simmetria, fregandosene di tutti gli insegnamenti di Jean Luis, Coppola e compagnia. È un razzo, taglia dritto, taglia tutto e tu sei lì che speri solo non ti tagli anche il collo. Perché in questo contesto solo l'idea di un piccolo graffietto farebbe mobilitare l'ufficio d'igiene. E mentre sei lì a pensare all'igiene questa sconosciuta, la vedi. La vedi e ti paralizzi. Peggio di una lama arrugginita o di uno shampoo corrosivo, c'è solo lei. L'unghia lunga del mignolo. Una minaccia per chiunque capiti sotto le sue mani. Muoviti e ti graffio. Dimostrati scontento e ti graffio. Vattene senza pagare e ti rigo la macchina con l'unghia lunga.
Il metodo è intimidatorio, ma efficace. Io sto immobile e lui fa veloce.
L'ultima domanda è:
- Lisci o mossa?
- Naturale, spettinato- rispondo
- Lisci o mossa?
- Mossa - e abbasso le pretese.
Quando ha fatto, ha fatto. Non mi chiede se va bene, non mi fa vedere il coppino col prodigio dei doppi specchi. Solo un ultimo tocco finale e di classe: lui che mi soffia sul collo per togliermi i capelli. Poi va alla cassa e mi chiede 10 euro.
- Arrivederci - dico.
Ma anche sta volta lui non saluta.

venerdì 27 febbraio 2015

L'attrice di legno

Lunedì sera, largo anticipo. Alla scuola di teatro i miei compagni non ci sono ancora. Mi siedo per terra in classe e aspetto e aspettando vedo le due sedie pieghevoli appoggiate al muro. Avete presente quelle di legno dell'Ikea? Ci sono rosse e nere, hanno un buco rotondo sullo schienale e listelli a far da seduta.
Nelle scuole di teatro queste sedie pieghevoli ci sono sempre. Fanno parte della compagnia e, quando entrano in scena, smettono di essere sedie e recitano la loro parte.
Le sedie aperte sono troni e tavoli, chiuse sono quadri appesi al muro e fucili. Come? Piega la sedia, mettila sottobraccio, puntala contro qualcuno. Cos'è?
Sono racchette da tennis, sono biciclette col cestino, le ali di un jumbo. Le sedie pieghevoli sono piedistalli da cui appellare il popolo, sono sedie a rotelle, carrelli della spesa, girelli per anziani. Le sedie pieghevoli sono effetti sonori. Uno sparo! che viene da destra, la risacca che viene dal mare, una corsa, un galoppo, un trotto. Al passo. 
Le sedie pieghevoli sono lo stargate, non puoi fare l'attore se non ci passi attraverso. Sono l'ingresso di una tana sotterranea, sono la zaino di uno sherpa, sono una gogna medievale.
Le sedie pieghevoli fanno il parlamento, fanno la scuola elementare, fanno il tram, fanno il divano, fanno la chiesa. Fanno sposare, fanno impiccare, fanno protestare le folle.
Le sedie pieghevoli fanno un sacco di cose, ci fanno immaginare, ci fanno divertire e quando siamo in anticipo ci fanno passare il tempo comodamente seduti.

venerdì 20 febbraio 2015

La banca è morta

Il 27 porta dalla periferia al centro. Porta persone. Porta belle sorprese quando, nelle mattine di sole, gira in fondo a via Mazzini e con la sua testa fa cucù in piazza Duomo. E qui ci starebbe un commento lirico sulla sua bianchezza e il cielo azzurro e lo spazio inondato di una luce morbida, quasi sanpietroburghina. Ma non sono io quella che scrive queste cose quindi faccio qualche passo indietro e torno in via Mazzini. Qui, al confine col paradiso, regna l'ombra. Io credo che stare troppo all'ombra non renda pallidi, ma cupi. E un po' così è questa via. Molte le saracinesche abbassate, i negozi trasferiti. Resistono, come macigni nei loro palazzi marmorei, le banche. Uffici di sei vetrine per sei, ciascuna oscurata da una pesante tenda polverosa. Le insegne, non esagero, ricoperte di ragnatele, trappole grigie che han catturato molti piccoli insetti. Immagino cosa significasse aprire una banca in centro una volta. Immagino che costi possa avere adesso. Di questi giganti del passato potrei anche immaginarmi gli spazi interni, ma non ne ho bisogno perché ci sono entrata davvero. 
Immaginatevi piazza Duomo. Mettetele un soffito. Toglietele la luce. Mettete scrivanie al posto dei portici. Eliminate piccioni e turisti. Prendete un vecchio direttore, l'impiegata grassa, l'impegata carina, l'impiegato giovane e il cassiere. Guardate in alto. C'è un soppalco buio e disabitato. Guardatevi intorno. Non è desolato? La vostra voce non fa l'eco? Il vecchio direttore fuma dentro, come per legge non si può più fare, ma lui è un vecchio direttore, ha sempre fumato ed è sempre stato sopra le regole. Ha sempre guardato il sedere delle impiegate carine e continua a farlo. L'impiegata carina fa fotocopie. La grassa e il giovane si lamentano del telefono del vecchio che squilla a vuoto. Solo il cassiere è una cellula impazzita. Infatti, sorride. È lui quello che cerca di tenere alto il morale del team. Fa le battute, racconta barzellette, scherza e chiacchiera coi clienti dondolando la testa al ritmo di una musica che sente solo lui. Bene, sono sicura che un giorno ucciderà tutti. 


giovedì 19 febbraio 2015

Scemo di guerra

La prima volta che l'ho visto salire in fondo al tram era in tenuta militare: anfibi neri, mimetica, cappellino nero.
Un soldato, penso. Fascista, giudico.
La seconda volta, stessa ora, stesso tram. Come un impiegato, ma alle forze dell'ordine. Forse lui va in giro così, sempre. La mattina apre l'armadio e una nuance di verde marcio gli si para davanti. Nella sua testa rimbomba: <<In riga!>>. Passa in rassegna il plotone nel cortile della caserma. Sono americani, tedeschi, russi, sono pezzi storici da collezione trovati ai mercatini, sono esemplari rari delle regioni dell'est comprati al mercato nero. Sono italiani. I più valorosi. E tra questi, il suo pupillo, il completo da combattimento dell'Esercito Italiano.
La sua camera è spoglia. Le lenzuola bianche sono tese sul letto. Se ci lanci una monetina, questa rimbalza. Sul comodino, una cartolina sacra della Madonna. Prima di uscire fa baciare la piastrina che porta al collo alla Santa Vergine. E poi anche per lui è buongiorno.
La terza volta lo vedo salire sul tram e marciare verso una ragazza che se ne sta seduta tranquilla.
<<Credi nella Madonna?>>
Lei farfuglia che sì, che però, non sa. Ma tanto lui non l'ascolta, <<ignorante>> le dice e disprezzandola a gesti e a parole se ne va in fondo al tram, spintonando i civili.

Il Signor Sì scende in via Larga, là dove son sempre parcheggiate delle camionette militari e due giovani presidiano un ingresso. Ero convinta fosse una scuola, ma mi sbagliavo. Forse un consolato, oppure non so. Comunque. Lui si mette con loro. Sta lì, presta servizio, anche se nessuno gliel'ha chiesto.
Non possono cacciarlo perché è disciplinato e non dà fastidio.
Non possono arruolarlo perché la sua disciplina è roba da matti.

venerdì 13 febbraio 2015

Lettera al mio nuovo dottore

Caro Dottor C.P.,
spero che lei goda di buona salute e che il nostro rapporto possa essere duraturo. La prego di non lasciarmi anzitempo e di non costringermi a recarmi una seconda volta presso l’Ufficio Scelta e Revoca dell’ASL di viale Molise 64 perché è un luogo che tutto mi rappresenta fuorché un posto di salute e igiene. 
Il puzzo degli angoli, il legno scrostato delle porte, le scritte sui muri, i soffitti lì lì per crollare. In fondo un giaciglio per clochard. Mi chiedo: sarà veramente qui o ci sarà un’altra entrata? Poi pian piano arrivano altre persone. Chi è l’ultimo? Un capannello di pochi aspetta l’apertura delle 8.30 e io capisco che si tratta dell’ingresso giusto. Molto brutto, ma giusto.
Faccio in fretta, per fortuna. Molto più in fretta di quella volta in via Doria. E quando esco prendo il 12, sarà lui oggi ad accompagnarmi al lavoro.
Forse mi sono dilungata troppo. Tornando a noi, caro Dottor C.P., mi auguro di venirla a trovare il meno spesso possibile, per non intasare le immagino già lunghe file dei suoi anziani pazienti.
Stia bene, mi raccomando

Aila S. 

giovedì 29 gennaio 2015

La Sirenetta

Inverno è mettere tanto zucchero nelle bevande calde.
O tanto dolcificante se sei alta, magra e bionda. Con il naso dritto e la bocca stretta in una smorfia costante di superiorità. Se hai forme perfette che resistono alla forza gravitazionale esercitata dal pianeta Over50. Se misuri l'eleganza in centimetri di tacco e diametro delle scollature. 

Un giorno ti sorprendo a leggere il Simposio di Platone. Strano abbinamento, tu con il Simposio. Ti credevo una superficiale e invece guarda che letture erudite. Forse è una versione a fumetti? Basta essere cattive, d'altronde anche la mia prof di latino e greco del liceo era come te, solo molto più bassa. Appariscente non significa oca.
Quel giorno un uomo ti si siede accanto: <<Lessi anche io il Simposio, da ragazzo.>> Usa il passato remoto per darsi un tono. Ma tu non rispondi, non lo degni nemmeno di mezzo sorriso. Anche da seduta sei più alta di lui di una spanna. Ma ormai lui si è agganciato, ti domanda se ti sta disturbando, ti chiede dove stai andando, se ti piace il tuo lavoro. E quando scendi dal tram lui ti segue, come i ratti il pifferaio magico. O forse meglio, come i marinai le sirene.
Però spesso una sirena è sinonimo di allarme e tu, pover'uomo, non l'hai capito. Sei stato rapito.

La mattina dopo la bambola si era sgonfiata. Riprese i suoi anni, le sue rughe, i suoi primi capelli bianchi, la sua voglia di scarpe comode. Riprese a camminare al pian terreno dove ai dialoghi di Platone si preferiscono le sfumature di grigio.

venerdì 23 gennaio 2015

Il Barbocchiale

Ti viene da dargli del tu. Giovane, con una bella barba scura, lunga ma non foltissima, occhiali dalla montatura nera e spessa e quella borsa a tracolla di cuoio con inserti celesti. Scarpe lucide, calzini a righe e ovviamente cuffie vistose bianche, ma che non lasciano trapelare nulla dei suoi gusti musicali. Sotto questo hipster sui generis, soprattutto per la stazza che non è asciutta come quella degli altri della sua specie, potrebbe nascondersi un metallaro, un jazzaholic, un rapper. Purtroppo radiografare la sua tracklist non è dato, ma facciamo che ascolti soprattutto classica. Mentre il barbiere di Siviglia lo accompagna oltre via Meravigli, l'orsacchiottone pacioccone legge un libro di storia moderna. Roba seria, ma comunque la voglia di andare lì e dirgli ehi ciao come ti chiami è forte. 

Una volta una ci ha provato, non nel senso fisicoaffettivo, ma nel senso che ha provato a dirgli ehi ciao. Soltanto che lui ha frainteso e ha capito che ci stava provando nell'altro senso. Quindi è diventato tutto rosso, non ha detto niente e con una coordinazione perfetta è riuscito nello stesso istante ad alzare la mano in segno di timido saluto, alzare il volume della musica e scendere dal tram.
SOOOOONO IL FACTOOTUM DEEEELLA CITTÀÀÀÀ! gli urla Figaro nelle orecchie. E non sente lo scampanellio di una bici che imprudente e sfacciata gli sfreccia addosso.
I due sono a terra, in un miscuglio di raggi, pedali, fili delle cuffie, tracolle delle borse e sguardi imbarazzati. Lui la guarda bene e la riconosce:
<<Ehi ciao ma di solito non prendi il tram?>>
Lei si fa rossa, non dice niente, e rialzata la bici si allontana pedalando come una matta.

giovedì 15 gennaio 2015

Il Furetto furioso

Mezzi pubblici uguale fetore e sporcizia.
Ci fai caso a giorni alterni, ma il giorno sì, quello in cui l’occhio cade, irresistibilmente attratto da ciò che più lo repelle, due domande te le fai.
Ragazza mia dai capelli lunghi e biondi, perché non te li lavi? Ne hai due messi in croce, anche ad asciugarli ci metterai un attimo.
Sei pronto a colpirla col tuo disappunto, ma appena incontri quel suo muso da furetto qualcosa ti blocca e quasi ti vien da chiederle scusa.
È come ti guarda. Fa girare l’occhio verso l’angolino in basso e ti scruta di traverso. Uno sguardo a destra, uno a sinistra, e ancora a destra, e poi a sinistra. Non le piaci, noi non le piacciamo e non si fida affatto, tanto che tiene la borsa grande rispetto al suo corpo piccolo stretta sotto al braccio. Ha molte più gambe che busto e la tendenza ad occupare poco spazio. Lei non tocca gli altri, gli altri non la toccano. Chissà cosa le ha fatto la vita, per spostarla tra coloro che sono al loro posto e non al nostro. Quando scende in Cinque Giornate si allontana a piccoli passi svelti.

Arriverà in ufficio e saluterà (saluterà?) con voce incerta. Si sederà alla scrivania e sistemerà le sue cose con movimenti nervosi. Non alzerà il naso dalle sue carte, ma il suo sguardo scandirà i secondi, des-sinis-des-sinis, di qua e di là, tic tac, fino all’ora di pranzo quando tirerà fuori un panino di pan carré al prosciutto cotto avvolto nel cellofan. Un giorno qualcuno le chiederà di andare a pranzare insieme. Lei si stringerà la borsa sotto il braccio e dirà di no, oggi no, non oggi. Ma la sera si farà lo shampoo.